I.F.O. (Identified Flying Objects, i.e.: Oggetti Volanti Identificati)
Abstract:
Qualcuno deve intervistare un "addotto", per un piccolo giornale indipendente, sembra un compito facile ... Ma forse, questa volta, non lo sarà ... ...
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Nina, anche quella mattina, era in ritardo al giornale, per la terza volta di seguito e sperava di farla franca, come le precedenti, quando la sgradevole voce del vicedirettore le arrivò dietro il collo:
- Che ti paghiamo a fare a tempo pieno se tanto fai solo un part-time discrezionale? Eh? Maledizione dove credi di essere? Eh? Al giornale del Monopoli? Eh?
- A quale domanda vuole che risponda prima?
- Spiritosa, la raccomandata! Ma se credi di fare il tuo comodo, ti sbagli! Seguimi in ufficio, adesso!
- Posso prendere un caffè prima, direttore, prego?
- Ma non sai nemmeno con chi parli? Dannazione io sono il vicedirettore, non te l’hanno detto?
- Sono sicura che col suo squisito carattere, sarà presto promosso. Allora posso prendermi un caffè e poi raggiungerla in ufficio, Capo?
- Portane uno anche a me e siamo pari …
- Tutte le scuse sono buone, vero, Vice?
- Ti tocca …
Nina entrò nell’ufficio strillando, per il dolore provocato dai due bicchierini bollenti. Il caffè, lasciato cadere sulla scrivania, schizza macchie marroni su molti dei fogli presenti ed il calcio dato alla porta per chiuderla, fece vibrare il vetro pericolosamente.
- Maledizione dove ti credi di essere? Impara a comportarti da persona civile! Non ti credere di poter fare come ti pare solo perche sei mia figlia, se continui così ti licenzio in tronco!
- Prima dovrai assumermi, non credi papino?
- Io sono il tuo Direttore, in questo momento, non te lo scordare e mi devi rendere conto dei tuoi orari personalizzati.
- Pa’, ho ricevuto una offerta di lavoro da una TV locale; quasi, quasi ci provo, che dici?
- Non vorrai lasciarmi per andare a lavorare con degli estranei? E io come faccio senza di te questo giornale andrebbe a rotoli. Non puoi farmi questo, sono tuo padre, non hai un po’ di gratitudine per i sacrifici che ho fatto per te?
- No!
- Almeno fammi questo lavoro che ti avevo preparato, può essere una cosetta, magari ti interessa anche …
- Di cosa si tratta, qualche altra bomba, una rapina con ostaggi, o qualcuna delle solite marachelle dei politici?
- UFO …
- Ma scherzi, un altro squilibrato con le allucinazioni, che vede gli omini grigi o lucertole a due gambe …
- Non so molto, altrimenti non ci manderei qualcuno … Hai qualche impegno per oggi? Ma già che sei qui, perché non ci vai? Fallo per papi … Sei brava in queste cose, le hai già raccontate con la giusta ironia. E poi dove lo metti l’amore filiale …
- Credo proprio che accetterò quell’offerta di lavoro, papino.
- Me lo fai questo favore?
- Si, ma poi me ne devi uno …
- Sei tale quale tua madre, tieni qui la pratica e vai …
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Nina aveva tentato di contattare il presunto ”addotto” per telefono, ma senza riuscirci. Trovò, tra le carte del rapporto un indirizzo e volle tentare una visita a sorpresa.
Il personaggio in questione era stranamente rimasto nell’ombra, dopo la prima notizia, fornita dalle forze di polizia, che avevano ricevuto una segnalazione di scomparsa ed avevano iniziato le indagini. Il suo nome era tal Mario Mariolis di 35 anni, immigrato di seconda generazione. Non c’era molto di più, sennonché, al momento del ritrovamento e solo in quell’occasione, aveva affermato di essere stato sequestrato. Per tutto il tempo era rimasto chiuso in un veicolo con le caratteristiche più strane, ed era stato torturato. Affermava inoltre di aver avuto la netta sensazione che il veicolo avesse compiuto manovre tipiche di un aeromobile.
Nina non era entusiasta di quell’incarico, come di tutti quelli che suo padre le affidava di solito; tuttavia c’era senz’altro qualcosa di atipico nel comportamento del soggetto e tutta la vicenda era fuori dagli schemi tipici per questo genere di idiozie. Nina subodorava qualche tentativo di depistaggio da parte dell’interessato, magari per giustificare qualche zingarata o qualche serata a base di “stimolanti” da nascondere a qualcuno. Pensava a tutte queste cose, quando giunse nella zona dove si trovava l’abitazione segnalata. Fermò lo scooter e cominciò a verificare i numeri civici …
Finalmente, dopo vari su e giù, trovò il numero e cercò il nome, ma non c’era. Notò tuttavia che vi erano dei cartellini mancanti e quindi non poteva essere sicura di trovarlo, né voleva farsi notare troppo, prima di aver inquadrato la situazione, c’era il caso di mettere in allarme il soggetto, mentre Lei voleva prenderlo alla sprovvista. Pensò di fermarsi al caffè di fronte e tenere un po’ d’occhio la situazione.
Entrò e si senti subito gli occhi di tutti gli astanti addosso, come inizio di anonimato non era un granché, ma si rese conto, solo in quel momento, che quella mattina non era uscita vestita nel modo adatto per fare il detective, anzi aveva messo su una cosa alla “fucking pumps”, troppo per non risvegliare i lupi … Il barista comunque meritava la gita. Prese un caffè con calma, squadrandosi il ragazzo per tutto il tempo e quando finì di prendergli le misure, pagò e nell’uscire gli fece un sorriso strascicato, giusto per non perdere l’abitudine. Sulla porta si soffermò l’attimo necessario a catturare la risate e lo schiamazzare del gruppo al tavolo, il bel barista cercò inutilmente di zittirli agitando le mani e arrossendo vagamente. Nina ci si divertiva, ogni volta, specie quando giravano per locali con la sua cara amica Anna, che era ancora peggio di lei in queste, cose … A proposito, doveva assolutamente messaggiarla, su quel “baretto”, dovevano tornarci assieme combinare qualcosa al povero "picciotto"! Mentre usciva, digitando sulla tastierina, intravide un tipo un po’ stranito che gironzolava sul portone, non voleva farsi notare e rientrò nel bar, ci fu un po’ di trambusto all’interno, ma lei era concentrata sul tipo all’esterno che continuava ad camminare a scatti: andava da una parte e poi di colpo tornava indietro. Nina rientrò ancora nel bar e si diresse dritta verso quelli che stavano commentando sul suo vestiario ed oltre, la cosa creò parecchio panico ed uno di loro finì per terra. Lei gli si piazzò davanti e in modo deciso si rivolse a tutti loro:
- Chi di voi abita da queste parti?
- Ppppereché? - Balbetto quello che si era appena rialzato.
- Presto chi conosce il quartiere, sveglia! – Nina sembrava la maestrina che sgrida gli scolari.
- Cosa le serve? Io conosco tutti qui in giro. - Un gigante si alzò, sovrastando Nina per niente intimorita.
- Venga con me presto. Guardi se conosce quel tipo sul lato opposto, per piacere. – Gli chiese Nina.
- Quello che sta vagando davanti a quel portone? – L’omone l’aveva seguita fuori ed aveva notato il suo soggetto.
- Si quello, lo conosce?
- E’ Mario. Si è quello sciroccato che vede gli omini verdi. Uuuuuh! Uuuuuh! – Fece lui, dando un’occhiata divertita ai suoi compari.
- Non sono verdi, sono grigi! Ehi barista, offri da bere a tutti; dopo ritorno e ti pago, va bene? – Nina tagliò corto su tutta la situazione, non dando il tempo a nessuno di rispondere e attraversò di corsa la strada.
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- Mario Mariolis? Piacere sono Nina. Nina Baum, una giornalista. Vorrei fare una chiacchierata con lei se permette, niente di impegnativo, solo una chiacchierata amichevole.
- No, non so … Ma ch … che cosa vuole?
- Non deve preoccuparsi. Mi permetta di offrirle qualcosa e facciamo due parole, senza nessun impegno, quando è stanco me ne vado, eh? Che ne dice?
- Io n .. non bevo …
- Neanche un caffè, che so, una cioccolata?...
- Tè, va bene un tè, per piacere …
- Si va bene, ma prima è meglio che entriamo in un posto tranquillo, dove si possa parlare con calma, senza troppo chiasso, è d’accordo? Non lì di fronte, meglio di no!
- Lo s … s … so io dove, venga con me; più avanti …
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Mario Mariolis poteva passare per un trentacinquenne qualunque, se non fosse per lo stato confusionale che risultava evidente anche a Nina, tutt’altro che una psicologa. Ci voleva poco a capirlo. Si rese conto che l’aggressività con lui sarebbe stata l’arma sbagliata e mentre l’uomo sorseggiava il suo tè in preda alla paura di bruciarsi la lingua, Nina si prese tutto il tempo per osservarlo. I suoi tic, le sue incertezze, persino quel balbettare ridicolo non sembravano nella natura della persona che aveva davanti: un ragazzo dall’aspetto gradevole e ben proporzionato, coi capelli un po’ arruffati e troppi tagli da rasatura, come se non potesse fermare i tic neanche il tempo di farsi la barba. Era vestito male, ma non per la qualità delle singole cose, anzi, tutta roba in sé bella, di qualità, ma indossata alla rinfusa e persino abbottonata male. C’era qualcosa di incongruente nell’insieme. Gli sorrise e notò che lui la guardava, come compiaciuto, poi distraeva lo sguardo, ma in realtà continuava a guardare di sottecchi, un po’ infantilmente. Nina sorrise ancora e disse:
- Lo sa, anch’io bevo sempre il tè, mi piace il tè, proprio come a lei …
- M … ma perché non l’ha preso, adesso?
- Ah, l’ha notato? Beh, ne ho già presi troppi per oggi, sa com’è …
- M … ma non mi chiede niente? Voleva parlarmi prima …
- Si certamente e lo voglio ancora, ma solo se lei è d’accordo, che dice, posso cominciare?
- Sss … si.
- E’ stato male ultimamente?
- M … Male?
- Ha avuto problemi di salute?
- …
- Non vuole parlarne? – Nina stava cercando di non farlo bloccare su uno specifico argomento
- Mi hanno fatto del male … e continuano a parlarmi nella testa! – disse lui, ma non stava parlando con Nina, era un pensiero ad alta voce e Nina sperava che non si fermasse, quindi non parlò; sorrise ancora una volta …
Nina credette che stesse per piangere, perché l’uomo mise una mano sugli occhi e si nascose del tutto con l’altro braccio, poi li tolse entrambi e la guardò dritto negli occhi e Nina vide il suo occhi arrossati e lucidi e i segni delle lacrima asciugate alla meglio. Nina ebbe un momento di commozione è si disse che era meglio andar via di lì, poi rivolta all’uomo:
- Lei non sta bene, mi permetta di accompagnarla a casa, vuole?
- Non posso entrare in casa. - Disse supplicando.
- Neanche se l’accompagno io? – Propose Nina.
- Ma lei entra con me? – Ancora più penosamente.
- Se vuole, volentieri, resto finché non si sentirà meglio.
- ….
- Andiamo?
- S … si.
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Nina ebbe l’impressione, per tutto il percorso, di accompagnare un vecchio decrepito. Un continuo avanzare e fermarsi, per poi ripartire e rifermarsi; per non parlare degli infiniti rituali davanti al portone, prima di riuscire ad entrare e poi di nuovo alla porta di casa.
Entrando nell’appartamento, Nina ebbe la conferma di quanto aveva osservato in precedenza: c’era sì un gran disordine, ma era evidentemente recente; mentre la casa in sé, l’arredamento, il gusto di alcune scelte, la presenza di gadget di grido e qualche foto ricordo su pareti e scaffali, denunciavano una vita piena ed anche ricca di esperienze …
L’uomo si aggirava per la casa come se si aspettasse di trovare qualcuno ad ogni angolo e Nina fu curiosa sull’argomento:
- Vive qui con qualcuno?
- Lo sa anche lei?
- No, volevo sapere se è sposato?
- Sposato?
- Ha una moglie, una fidanzata, c’è qualche amico magari o sono troppo indiscreta. Vedo delle foto con tante persone, qui sugli scaffali …
- Ah! Quelle … Ora mi hanno abbandonato tutti, tranne …
- Tranne chi, Signor Mariolis?
- Loro …
- Loro?
- Li sente anche lei?
- No, sfortunatamente, no Signor Mariolis, però potrebbe parlarmene, forse le farebbe bene, che ne dice di parlare un po’. Mi piacerebbe capire …
- No! Non le p … piacerebbe, no …
- C’è qualcuno che le fa ancora del male, Signor Mariolis?
- Sono Mario, p … per gli amici sono Mario.
- Mi fa piacere che mi consideri un’amica e sarò felice di chiamarla Mario, se lei mi promette di chiamarmi Nina.
- N … Nina, c … che bel nome …
- Grazie, Mario.
- Vuoi sapere, Nina?
- Si, Mario, se parlarne ti fa bene, solo se parlarne con me ti fa bene …
- Certo, sto bene con te, Nina, tu sei buona, m … ma l … loro sono malvagi e ho paura che facciano male anche a te.
- Tu hai paura per me, Mario? E’ una cosa molto tenera, sei gentile; ma cosa ti fa soffrire così tanto?
- Le voci dentro di me non si fermano mai e mi parlano di quelle cose terribili che mi hanno fatto e mi ripetono che mi faranno ancora del male. Che torneranno per farmi ancora del male …
- E’ successo quando ti hanno rapito?
- Rapito? Quando?
- Quando sei scomparso, Mario. Ricordi di aver detto alla Polizia che ti avevano rapito?
- Ah! Quello …
- Si quello, Mario …
- Mi hanno detto loro di dire così, loro vogliono che dica così …
- Ma allora, perché ora dici queste cose a me?
- Tu sei mia amica! E’ vero che sei mia amica, Nina?
- Certamente Mario, stai certo che lo sono e lo sarò!
- A te posso dirlo, non sono stato rapito, sono scappato … Sono scappato da loro, che volevano farmi del male, ma loro mi hanno raggiunto e mi hanno portato indietro.
- E poi?
- E poi mi hanno detto quello che dovevo dire … e io ho obbedito, perché non resistevo più!
- Ora devi riposarti un po’, perché non dormi per qualche ora?
- Ma tu resti?
- Io, veramente, dovrei tornare al lavoro …
- Mi lasci solo … Io ho paura a stare da solo …
- Resterò un po’ qui, Mario, ma tu devi dormire e, quando ti sarai riposato, vedremo cosa fare, sei d’accordo?
- Si …
- Però mi devi fare un favore, se resto qui: ho bisogno di utilizzare il tuo computer. Ho visto che ne hai uno, è collegato al web?
- Certo, certo … puoi usare tutto quello che vuoi, tu sei mia amica …
- Bene, ma ora tu vai a dormire un po’ e io mi metto a lavorare al tuo tavolo, va bene Mario? Prometti?
- Si, prometto … prometto, Nina …
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Nina si sedette al tavolo di Mario con l’idea di dare un veloce controllata alla sua posta e senza far troppo caso a quel che c’era sullo schermo, avviò il “browser” e digitò l’indirizzo del suo portale. La posta in attesa era abbastanza poca per fortuna: c’erano le mail di suo padre e di sua madre, un paio della sua amica Anna, che di sicuro cazzeggiava, qualche avviso di “newsletter” e diverse mail di “spam” che avevano superato i suoi filtri, le maledisse, come al solito e ne fece pulizia, poi diede un’occhiata a quella di papi, che gli ricordava la scadenza per consegnare il servizio. Quella di sua madre le chiedeva cosa mai avesse fatto a suo padre, che l’aveva chiamata per dirle che sua figlia era una ingrata … Nina passò in rivista velocemente anche le due mail dell’amica e ovviamente erano quel che immaginava … Mentre stava riflettendo se mandare un messaggio alla madre a proposito della discussione col padre, l’occhio le cadde sul bordo della finestra su cui lavorava e sulle parole che spuntavano da sotto: “…Conversations with an Abductee. I was introduced to a woman who states that she and her entire family interacted with several extraterrestrial alien races ...” …
Nina lasciò perdere il messaggino che stava scrivendo e si piegò, istintivamente, per continuava a leggere, realizzando poi il controsenso e impugnando quindi il “mouse” per spostare le finestre sullo schermo.
Si dimenticò completamente della posta e continuò a leggere l’articolo, notando contemporaneamente di essere appoggiata ad una quantità di fogli e foglietti scribacchiati di appunti, cancellature, scarabocchi e soprascarabocchi, sopra i quali aveva appoggiato, distrattamente la sua borsa. Il tavolo era tutto pieno di questi appunti e c’erano anche varie pagine stampate con articoli vari, ma prevalentemente dello stesso genere, tra cui, sotto gli altri anche quello che stava leggendo sullo schermo. Era impossibile ricavarne qualcosa lì per lì, quindi pensò che, forse poteva prenderli e studiarli con calma, ma non ne era così sicura …
Mentre ci rifletteva, si accorse di avere una urgenza improvvisa e si alzò per cercare il bagno. Passando intravide Mario sul letto, sembrava profondamente addormentato e lei si domandò se sarebbe stato il caso di andare via senza svegliarlo oppure no.
Il bagno era un gran caos, come il resto della casa, ma anche qui si notava un certo ordine pregresso; ci doveva essere stato qualcuno che l’aveva curato e messo in ordine, in passato e proprio per questo risaltava quel disordine, di biancheria sparsa, rotoli esauriti, barattoli senza coperchio e così via. Nina era seduta lì a … riflettere, quando le venne in mente di cercare se c’erano cosmetici … ah! Sì, eccoli, fra quelli rovesciati e senza coperchio: un idratante per la pelle, un paio di preziose boccette di profumo ed una confezione di assorbenti. Alzandosi notò che la crema aveva ormai una patina secca in cima e, mentre si lavava le mani, vide anche un rossetto sulla mensola, dietro una spazzola e vicino ed uno “stick” di allume di rocca insanguinato … C’era stata indubbiamente una donna lì in giro, ma doveva essere trascorso del tempo ...
Tornata al tavolo, si mise a scorrere ancora tutto quel materiale e a chiedersi se prenderlo o meno, ma, ripensando a tutte le cose sentite e scorrendo quei fogli e quelle scritte, fatte e poi cancellate e poi riscritte e ricancellate le venne in mente che forse c’era una spiegazione alternativa, che quell’uomo poteva avere problemi da prima e che quella confusione mentale poteva essere una conseguenza di qualcosa … Pensò ad Alex, ma subito scartò l’idea: Alex l’avrebbe messa di nuovo in croce, come al solito … Ma, o così, o così! Se voleva una consulenza gratis, bisognava pagare pegno … E prese il cellulare …
- Pronto, qui studio Dott. Alessandro Borek , con chi …
- Ciao, sono Nina …
- Nina chi? Quella che mi da buca una volta sì e una no? Oppure quella che, quando ha bisogno di qualcosa, mi promette mare e monti?
- Nina, quella che se ti va bene così, se no t’attacchi!
- Aaah … Adesso sì, che ho capito … quella Nina!
- Dura ancora molto?
- No, per niente, tra pochi minuti mi arriva un paziente, quindi veloce, prego.
- Mi serve …
- Lo sapevo!
- Allooora ….?
- Lo sai cosa serve a me, vero?
- Sì, ma rischi di farti male. Ora smettila, perché anch’io ho un po’ di fretta.
- Che succede?
- Sono qui, in casa, di un uomo …
- Ma porca miseria! Me lo vieni a dire a me?
- Stai zitto e lasciami parlare! Questo tizio ha l’aria di essermi fuori di testa, non so … Come se delirasse o fosse in stato confusionale. L’ho accompagnato a casa, ma andarmene così, lasciandolo in balia di se stesso mi sembra azzardato …
- Chiama un parente, il medico curante, non so … perché te la prendi tanto a cuore?
- E’ una storia lunga, se hai poco tempo …
- Va bene, cerca quello che ti ho detto, se non ne vieni a capo tra un’ora ci risentiamo e si vedrà. Potrebbe aver subito un trauma e come conseguenza essere proprio in stato confusionale, specie se come dici, non ha nessuno che lo tenga d’occhio; ma prima di tutto, cerca il numero del suo medico, così più tardi potrò, eventualmente chiamarlo io, Ok?
- Va bene, ci sentiamo più tardi, grazie.
- A dopo.
Nina continuò per un po’ a scorrere quei fogli, poi ne prese alcuni, che le sembravano interessanti, riponendo gli altri sul tavolo e li mise in borsa; glieli avrebbe riportati, non le sembrò un gran furto …
Bisognava decidersi se andare, o svegliare Mario prima. Ormai si era al tramonto e non le andava di rimanere lì troppo oltre. Si avvicinò alla porta socchiusa e cominciò a chiamare sottovoce:
- Mario! …. Mario! – Poi, Nina provò a scuoterlo leggermente, finché lo vide muoversi e guardarla.
- Nina …
- Io devo andare, adesso …
- Rimarrò da solo …
- Vuoi che chiami, qualcuno, un parente, un amico, o magari il tuo medico curante?
- Non ho un medico e i miei amici non mi amano più …
- Tu hai bisogno di cure, se non hai nessuno che possa aiutarti, potrei farti vedere da qualcuno di mia fiducia, vuoi che ti aiuti?
- Un Dottore?
- E’ un amico, ti può aiutare, se vuoi …
- Tu vuoi che lo veda?
- Dipende da te, ma hai bisogno di aiuto e io non posso restare qui.
- Va bene …
Dopo diversi scambi di chiamate con Alex, alla fine, si decise che quest’ultimo visitasse Mario e lui fu d’accordo; così si recarono allo studio e, dopo diverse esitazioni e pazienti conciliaboli, Mario accettò si essere visitato da Alex. Alla fine egli disse a Nina che bisognava trovare il sistema di farlo ricoverare per poter far fronte a quello che appariva essere un grave esaurimento nervoso, in conseguenza di uno o più traumi psicologici e uno stato confusionale totale con grave rischio di rapido peggioramento. Dopo aver appurato che lui aveva fiducia e voleva essere aiutato Alex mise in moto le sue conoscenze e Mario venne preso in consegna da una organizzazione di volontariato che avrebbe provveduto a seguirlo nelle varie fasi che l’avrebbero portato al ricovero e alle cure del caso.
Nina rientrò a casa molto tardi, quella sera, si gettò sul letto esausta e pensava di dare un veloce scorsa ai fogli che aveva preso in casa di Mario. Aveva appena iniziato a ricontrollare il materiale, quando, scivolandogli tutto dalle mani, le rimase i mano un foglio graffettato, al quale erano attaccate diverse fotografie che prima non aveva notato; era curiosa di capire cosa fossero, ma non riusciva a mettere a fuoco i dettagli, non riusciva nemmeno a capire da che parte guardarle quelle foto … Il sonno, già in agguato, aveva avuto la meglio.
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La mattina dopo, Nina la dedicò completamente alla verifica minuziosa di tutti i dettagli di quelle foto. Mentre faceva colazione, continuava a guardare quelle foto, in una delle quali Mario appariva insieme a quella che sembrava essere la sua compagna; i due erano ripresi sullo sfondo di un ampio parco o forse un campo, sicuramente fuori città. Nelle altre foto loro non c’erano ma il posto era sempre quello e si stupì, proprio perché le foto non riprendevano alcun soggetto specifico. In quei minuti aveva anche ricevuto e fatto diverse telefonate, durante le quali aveva chiesto, ai suoi interlocutori, se il tal posto, con quel tal dettaglio, ricordava loro qualcosa, ma sembrava che nessuno potesse aiutarla. Poi decise di chiamare Anna, per rinviare il loro appuntamento ed anche a lei chiese se potesse aiutarla a riconoscere il posto. Anna non ne aveva idea subito, ma quando lei le disse che in una delle foto c’era la coppia di fidanzati, subito Anna le suggerì che poteva essere appunto uno dei posti da coppiette e le venne in mente un posto …
Nina, presa in prestito l’auto della madre, si era messa in viaggio per raggiungere la periferia della città, dove verosimilmente si poteva trovare il posto della foto. Fu una lunga ricerca e fu necessario chiedere più di una volta in giro informazioni; forse l’inquadratura era particolare e non aiutava nell’individuazione dei luoghi. Finalmente, proprio uno dei giovani che aveva fermato, ebbe una intuizione e disse che poteva essere il famoso campo dei cerchi nel grano.
In effetti, c’era la voce di quando in quando di strani fenomeni in quella zona della città ed erano stati trovati, in alcune occasioni, delle strane figure di spighe piegate nei campi, non molto lontano da dove Anna aveva suggerito di andare. Tuttavia Nina dovette girare parecchio per trovare il punto esatto nel quale le foto erano state prese. La sera ormai si avvicinava e Nina stava scattando delle foto, a sua volta, col cellulare; non sembrava vi fosse gran che di particolare, a parte una sensazione sgradevole che aumentava col passare del tempo.
Nina era giunta nello spiazzo dove il grano era abbattuto da quello strano fenomeno e stava attivando la funzione video del telefono, quando la sensazione si fece più sgradevole e si sentì sovrastata da qualcosa, un’ombra stava coprendo tutto lo spiazzo e Nina scappò via terrorizzata …
Nina si era nascosta tra i cespugli lì vicino ed osservava l’oggetto che si stava posando proprio al centro del disegno. Poco dopo una porta stagna si aprì ed una tenue luce ne disegnò la sagoma.
Nina assisteva a quella scena allibita, mentre cercava di riprendere la scena, ma evidentemente era troppo lontana e, con quella poca luce, l’immagine era poca cosa. Si mise la borsa a tracolla e carponi cercò di avvicinarsi, ma non aveva fatto che pochi metri, che la scena si movimentò improvvisamente …
Alcune figure stavano uscendo dalla struttura e, con suo grande spavento, ne vide anche arrivare altre proprio da dietro di sé a pochi passi. Tutto questo via vai era regolato da sagome totalmente diverse dalle altre: molto piccole, esili e con una testa sproporzionata … “Mio Dio!” pensò. Col massimo della cautela, si avvicinò ulteriormente e tentò ancora di riprendere la scena. Questa volta sembrava che si riuscisse ad avere una immagine migliore, ma bisognava cercare di riprendere i volti di quegli esseri … Si sforzò di allungare il braccio …
Non si accorse di nulla, a parte un sibilo sgraziato, prima di percepire la presa che la afferrò, trascinandola verso l’oggetto atterrato. Altri si unirono a quelli che l’avevano afferrata, per aiutarli e lei non riuscì a fare nulla per divincolarsi, tranne perdere la presa sul telefonino, che cadde mentre ancora stava riprendendo.
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Quando Nina rinvenne, non seppe rendersi conto di quanto tempo era trascorso, né cosa fosse successo e nemmeno dove si trovasse. La prima sensazione e la più impellente era la sensazione di costrizione che provava, ma nello stesso tempo si rendeva conto di non essere trattenuta da alcunché: nessun laccio, nessuna catena. Era semplicemente bloccata su una superficie fredda, senza vestiti, sdraiata sul dorso con mani e piedi divaricati e nulla, nulla che la trattenesse: semplicemente non poteva muoversi. Non un mano, non un piede, non poteva girare il collo e persino le palpebre non riusciva a chiudere … Pensò di muovere gli occhi per esplorare l’ambiente, ma nemmeno quello era possibile! Quello che riusciva a vedere, era solo ciò che entrava nel suo campo visivo. Sentiva il proprio corpo come se fosse un blocco di piombo e niente che potesse fare riusciva a cambiare quello stato di cose. L’ambiente che riusciva a individuare in quella posizione era solo la parte alta della sala dove si trovava ed una paratia, probabilmente trasparente, oltre la quale si stagliavano delle ombre in movimento. Quella situazione si protrasse a lungo e Nina provava un’ansia crescente e non capiva come fosse possibile quel tipo di immobilizzazione e quanto sarebbe rimasta così; pensieri terribili le attraversarono la mente … Ad un cero punto notò che le figure dietro la paratia, si erano radunate ed ora stavano tutte immobili.
Nina sentì un dolore improvviso ed ebbe l’impressione di essere stata punta da un ago, ma non c’era nessuno nel suo campo visivo che potesse farle male … Poi sentì un’altra fitta ed un’altra ancora e cominciò a vedere immagini assurde di aghi che la penetravano dappertutto, ma le vedeva nella testa eppure non c’erano: non c’era nessuno vicino a lei.
Nella sua mente si formavano pensieri ed anche immagini, ma non erano sue, non le pensava lei e poi cominciò ad avere l’idea di tornare nel luogo dove l’avevano rapita tutte le volte che le fosse stato chiesto. Si disse che era un pensiero assurdo, senza senso, tutto quanto era senza senso … e proprio in quell’istante ricominciò a sentire fitte lancinanti e vide immagini di aghi enormi penetrarle la pelle e cercò di gridare, senza che alcuno dei suoi muscoli potesse muoversi.
Di nuovo quel pensiero: doveva tornare in quel luogo, ogni volta che le fosse stato chiesto. Pensò che non sarebbe mai tornata in vita sua in quel luogo … E subito ricomparvero gli aghi e il dolore lancinante l’assalì e così per ore e ore … Non poteva più pensare i propri pensieri perché ogni volta l’assaliva quella punizione. Perse coscienza un’infinità di volte, ma i pensieri che le entravano in testa erano sempre lì.
Stava impazzendo di dolore e di paura, perché non riusciva più a mantenere la mente sotto controllo e se ci provava, ogni volta ricominciava quella tortura. La sua mente si stava perdendo …
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- Signor direttore, c’e un certo Mario Mariolis per lei, lo faccio accomodare?
- E chi sarebbe?
- Non lo so, ha chiesto di lei, dice che deve consegnarle qualcosa di persona …
- Va bene lo faccia entrare.
Mario, come al solito, camminava incerto, nell’accomodarsi nell’ufficio del vicedirettore; lo salutò porgendogli la mano, disse il suo nome e che era amico di Nina.
- Ah, lei conosce mia figlia, strano che non me ne abbia mai parlato, ma d’altro canto … Lei ha notizie recenti? E’ in grado di aiutarci? Nina non si trova ormai da diversi giorni e siamo tutti un po’ disperati, nemmeno la polizia ha saputo dirci nulla …
- Non deve preoccuparsi, tornerà, vedrà che tornerà!
- Ma lei come sa queste cose, scusi?
- E’ successo anche a me e poi sono tornato e Nina mi ha aiutato a stare meglio; stavo tanto male prima di incontrare Nina … E’ stata buona con me!
- Posso chiederle perché è venuto qui da me?
- Le ho portato questo … è il cellulare di Nina, l’ho trovato io … l’ho trovato …
- Si è proprio il suo … si, si … ecco il mio numero e quello di casa, ma come l’ha avuto?
- Io l’ho trovato …
- Dove?
- …. Vedrà che torna, Nina …
Così dicendo Mario si era alzato avviandosi verso l’uscita, assorto nei suoi pensieri, lontano mille miglia …
Il signor Baum si era seduto al suo tavolo e stava cercando nel cellulare tracce di contatti che sua figlia poteva aver avuto prima di scomparire, poi ebbe l’idea di controllare gli altri media e trovò le foto e poi il filmato, ma per quanto li guardasse e riguardasse non riusciva a ricavarne granché. Ebbe l’impressione di vedere della strane figure e persino un viso strano, deforme, con occhi immensi, ma non faceva senso quel materiale, se non di farlo stare ancora più male di quanto già non fosse.
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Nina si svegliò o tornò in sé, dopo un tempo indefinibile … il terrore era lì, ancora dentro di lei, aveva accettato ormai, l’impegno a tornare ogni volta che le fosse stato chiesto, in quel luogo. Si accorse che stava battendo le ciglia ed ebbe l’idea di muovere un dito … ci riusciva! Provò a muovere una mano e poi l’altra … era vero! Poteva muoversi! Lentamente provò a muovere tutti i muscoli e, quando fu sicura di non avere più difficoltà, provò ad alzarsi. Si sedette sul piano e poco lontano vide che c’erano i suoi vestiti e la sua borsa. Si alzò in piedi e si avvicinò alle sue cose … erano tutte lì. Si vestì, poi, istintivamente controllò il contenuto della borsa … c'era tutto, no … mancava il suo cellulare personale, ma quello dell’ufficio era lì: un bel modello con videocamera di qualità, pensò … e l’accese … poi si avviò, verso l’unico vano aperto di quell’ambiente. Teneva la borsa e, con la stessa mano, il telefono con la telecamerina in funzione. Fece un percorso obbligato, con una luce soffusa e molto tenue … Poco dopo intravide il boccaporto da cui aveva visto entrare gli altri, lo superò e si trovò, finalmente, all’esterno, la porta si richiuse dietro di lei …
Pochi istanti dopo era sola. Rapidamente si allontanò, come se sapesse dove andava, ma non ne aveva idea a pensarci bene … le tornò in mente il video appena fatto e decise di rivederlo. Con qualche difficoltà riuscì ad avviare la funzione di riproduzione e si rese conto che c’era poco da vedere, ma proprio verso la fine del filmato c’era stato un momento diverso dal resto, più luminoso, ma l’aveva perso. Armeggiando nervosamente cerco di riavviare il filmato, pronta a bloccare il “frame” che le interessava … fu fortunata e ci riuscì al primo tentativo. Sembrava una scritta, ma non la capiva … forse girando i telefono … si ora si vedeva di più: sembrava che il telefono avesse sfiorato un dettaglio dell’intercapedine della porta pressurizzata, nel punto dove si inserisce il paletto di blocco della porta e proprio quella placchetta forata recava una scritta di traverso. Si vedeva il riflesso del rilievo della scritta punzonata. Era una sigla o una abbreviazione: “USAF”. Non le diceva molto e pensò di usare l’opzione web del cellulare per cercarne il significato. Impostò al ricerca e quasi tutti i risultai riportavano la stessa voce: “US Air Force” …
Nina sapeva di dover tornare in quel luogo ogni volta che venisse chiamata ed ora pensava anche di sapere da chi …
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venerdì 4 dicembre 2009
mercoledì 2 dicembre 2009
DESERTO (Omaggio a J. G. Ballard)
DESERTO (omaggio a J.G. Ballard, 1930-2009)
Questo breve racconto è dedicato all’autore di fantascienza che ha alimentato, da gran gourmet, la mia fantasia di ragazzo. Ve ne sono stati molti di racconti e molti di autori appassionanti, ma J. G. è quello che ha cucinato i piatti per me più prelibati e cioè i suoi primi racconti. So che Ballard ha rinnegato alcuni di questi suoi scritti, ma questo è nell’ordine delle cose. Se questo umile omaggio avrà qualche merito sarà certamente frutto della Sua ispirazione e se invece non avrà che difetti, aspirerà, perlomeno spero, ad un posto nella gloriosa lista di quelli “ripudiati”.
Abstract:
In un mondo in cui tutto è stato spazzato via dalla sabbia e dal vento e la desertificazione ha divorato ogni cosa, una "umanità" disperata di vagabondi e predoni miserabili, si disputa le spoglie di quella vita che, in un tempo lontano, rigogliosa conquistò la Terra ...
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DESERTO
Il vento, violento e incostante, sferzava di sabbia una incerta figura, nel mare di interminabile sabbia, di un deserto planetario; il procedere faticoso era una lotta tremenda, e spesso perdente, per quell’esile forma di vita, ricoperta di miseri cenci …
TALIB lottava con tutte le sue forze contro quella furia e cadeva e si rialzava e trionfava nel compiere un singolo passo, ma stava soccombendo e se ne rese infine conto. Non c’era modo di andare avanti in quelle condizioni; avrebbe potuto cambiare leggermente direzione e bordeggiare per mantenere la direzione della sua meta, ma così avrebbe ulteriormente allungato il percorso. Era forse meglio arrendersi e riposare, in attesa che il vento calasse o almeno che girasse un po’ a suo favore. Non gli restava che approntare un accampamento di fortuna e così si levò dalle spalle l’imbracatura di cinghie sbrindellate, con le quali trascinava la sua misera slitta, sopra la quale era assicurato un minuscolo “iglù”. Un iglù che era, veramente, la sua unica “dimora”, costruita con quel poco che il deserto offriva e che principalmente erano vetusti rifiuti, trasportati per il mondo dal vento e depositati qua e là e, di quando in quando, raccolti, come oro da un minatore, dai vagabondi dell’immenso deserto, come TALIB. La sua dimora, un misero guscio di sopravvivenza contro la ferocia del suo mondo di dune; una buia e fetida protezione dall’incessante soffiare e dalla sabbia tagliente, ma prima di entrarvi, bisognava fissarne i picchetti e bene, pena essere trascinati via con tutta la slitta e sollevati e scaraventati lontano …
TALIB si aggirava, spossato, intorno alla slitta, tendendo al massimo i tiranti e spingendo gli approssimativi picchetti più in profondità che poteva, aiutandosi con una rozza mazza di legno e pietra. Il suo abbigliamento di vecchie pelli e stoffe lacere, con un turbante che gli avvolgeva completamente la testa ed il volto, era l’unica difesa contro gli spietati elementi e, se poteva vedere ciò che faceva, lo doveva soltanto al suo bene più prezioso: un pezzo di vecchia plastica trasparente fissato dentro le falde del suo copricapo avvolgente e dallo stesso trattenuto, davanti agli occhi, a mo’ di visiera.
Finalmente anche l’ultimo tirante era stato sistemato e TALIB, allo stremo, si infilò nel basso cunicolo, richiudendo, dietro di sé, i lembi di pelliccia lacera, che costituivano l’unica difesa dall’impietoso ambiente esterno. Al buio del suo minuscolo rifugio, si lasciò andare completamente, sperando che il sonno cancellasse presto il dolore, che attanagliava ormai ogni suo singolo osso.
Ma non sempre la stanchezza fisica, corrisponde a quella della mente e TALIB, in quel buio, accompagnato dai sibili del vento e dalle improvvise ondate di sabbia che colpivano l’esterno, pensò a lungo prima di addormentarsi e vide scorrere immagini e sentì voci e soffrì intensamente, fra i ricordi strazianti di fatti, avvenuti non molto tempo prima …
Un tempo, non molto lontano, nel quale TALIB trascinava la sua slitta in compagnia del suo clan, dei suoi simili, di altri vagabondi come lui e che, insieme a lui, cercavano le risorse per sopravvivere, insieme, in quel mondo ostile oltre ogni incubo peggiore. Un clan numeroso era l’unico modo, per quelli come lui, di proteggersi dal mondo esterno e qualche volta anche dai predatori, che quel mondo infestavano. Ma non sempre … Come l’ultima volta in cui, lui e il suo clan, vi erano incappati e, circondati, furono, uno ad uno sterminati in gran parte; mentre alcuni, tra cui egli stesso, si erano dispersi, per mai più ritrovarsi, nell’immenso e arido mondo di sabbia e rifiuti.
Ma in quel dormiveglia, intriso di stanchezza e denutrizione, quello che lo tormentava di più, era il ricordo del suo vecchio, colui che l’aveva protetto fino ad allora e che gli aveva insegnato tutto, su come sopravvivere nel loro mondo; ma gli aveva anche descritto un mitico mondo del passato, senza sabbia e vento, ma con acqua in abbondanza e cibo e tutto quello che si poteva desiderare. Il vecchio gli aveva anche detto che qualche traccia di quel mondo di sogno esisteva ancora, a Nord, molto a nord, dove ancora si trovava un mare d’acqua dolce e dove, forse, la vita era più ricca di quanto TALIB avesse ancora mai visto.
Il vecchio UDAY, suo protettore, che gli aveva donato una conchiglia sigillata, come suo retaggio, in segno di fiducia, incitandolo a cercare costantemente quella meta, quella terra di sogno, perché non c’era altro scopo in una vita come la loro, che potesse dargli un senso, che valesse tanta sofferenza. TALIB l’aveva promesso al suo caro vecchio UDAY; lui, l’avrebbe raggiunto quel mare d’acqua dolce e avrebbe consegnato il dono ricevuto, secondo le istruzioni del suo mentore.
E TALIB poteva solo sognare di quelle cose mai viste e lo aveva fatto tante volte nella sua giovane vita e lo stava facendo anche in quel momento, fino a quando il sonno non lo aveva sopraffatto, cancellando finalmente quel fischiare interminabile, che incessantemente tormentava le sue orecchie …
Quando infine si svegliò, ebbe un momento di esitazione, pensando di dormire ancora: il suono non c’era più, era circondato dal silenzio nel buio del suo iglù; poi si rese conto: forse era scesa la notte e la bufera di sabbia era calata momentaneamente, come spesso succedeva, di notte … TALIB uscì, timidamente, dapprima, ma appena fu certo della situazione si alzò felice nella tersa notte inondata dalla luna e da un cielo stellato che lasciava senza respiro.
TALIB era sempre stato rapito dalla potenza incombente del cielo stellato e dalla bellezza del deserto alla luce pallida della luna e dalla quiete, in assenza di vento, dal silenzio e dalla quiete … Respirava TALIB, respirava quella rara quiete, la sentiva entrare in sé ed uscire col suo fiato, che, per una volta, era l’unica aria in movimento …
Mentre coglieva quella breve pausa, ebbe come una vaga percezione di movimento in lontananza, si voltò per individuarne la provenienza, ma non vide che dune e cielo e stelle. Scrutò con attenzione tutto l’orizzonte e poi di nuovo nel senso opposto, ma non c’era il minimo cambiamento, tutto era fermo e uguale. Sentì l’arsura in gola e i morsi della fame e si decise porvi rimedio, per quanto possibile. Da uno dei sacchi fissati alla slitta prese un fagotto ed un vecchio contenitore chiuso che agitò, per rendersi conto di quanta acqua gli fosse rimasta, dopo quella fuga precipitosa ed era poca. Anche il contenuto del fagotto, una volta aperto, si rivelò ben poca cosa: era la sua ultima carne secca, quando e dove avrebbe mai potuto trovarne dell’altra ora che UDAY non era più con lui a guidarlo. Insieme alla carne, nell’involucro, teneva alcune pietruzze levigate dal tempo e dall’uso, un vecchio trucco, suggeritogli da UDAY per i tempi di magra. TALIB strappò un pezzetto di carne, si inumidì le labbra e la bocca con poche gocce d’acqua, poi si mise in bocca il pezzetto di carne e le pietruzze; in quel modo avrebbe succhiato lentamente la carne e le pietre avrebbero stimolato la salivazione, prolungando la sensazione di nutrirsi in mancanza di vero nutrimento. Sapeva sopravvivere con poco e qualche volta niente, grazie alla saggezza di UDAY.
Ancora una volta, mentre armeggiava col suo misero cibo ebbe come il sentore di una variazione nei dintorni e fu scosso dalla paura, ma esplorando intorno a sè attentamente, escluse ogni pericolo …
Chissà quanto sarebbe durata quella pausa di pace, forse era meglio approfittarne per mettersi in marcia e coprire la massima distanza, diretto verso il Nord, con l’aiuto delle stelle; anche se lui aveva un istinto per orientarsi, anche nel pieno delle tempeste di sabbia.
La marcia col favore della quiete notturna durò poco, ma il vento che si era alzato, per fortuna , soffiava alle spalle di TALIB, blandamente, sollevando poca sabbia e lasciando qualche squarcio di cielo libero alla vista.
L’istinto di TALIB lo teneva ancora in ansia, con quella sensazione di non essere solo, che già aveva avuto più volte. Continuava a voltarsi per tentare di cogliere qualcosa, ma nemmeno lui sapeva cosa …
Il vento saliva, col salire del giorno e la sabbia iniziava il suo implacabile martellamento, quando TALIB si voltò di scatto per l’ennesima volta, ma a differenza di prima ora si trovò davanti l’ombra in movimento di qualcosa che si avvicinava rapidamente …
Una slitta trascinata da cani arrivò veloce e, con una mezza accostata, si fermò esattamente di fronte a lui.
TALIB non aveva incontrato molti individui, a parte quelli del suo clan, nella sua giovane vita e di solito da chi si incontrava conveniva fuggire, diceva UDAY, perché era difficile individuare un predatore: quelli erano capaci di aggredire e uccidere per depredare e nutrirsi. TALIB li aveva visti all’opera, ma non avrebbe saputo distinguerli da quelli del suo clan, per il semplice aspetto. Quello che lo lasciava perplesso in quel momento, era quella muta di cani e quella slitta così grande, come era possibile nutrire tutti quei cani, si chiedeva. Poi pensò anche, che ormai era troppo tardi per fuggire: era venuto per lui il momento di affrontare la vita senza la guida rassicurante del vecchio UDAY …
Da dietro l’ampio iglù spuntò una figura agile, che gli si avvicinò facendo segno di amicizia, così come usava anche presso il suo vecchio clan, pensò che fosse una cosa normale e che forse si faceva così in tutti i clan, ma ancora non capiva se si trovasse in pericolo o di fronte ad un vagabondo come lui magari più fortunato ed esperto e magari appartenente a qualche clan accampato lì introno.
Il nuovo arrivato faceva segno di seguirlo ed indicava a TALIB il suo grande iglù, sembrava che lo volesse come ospite e questo sorprese molto TALIB: per lui era la prima volta, nessuno l’aveva mai invitato prima!
TALIB, timidamente, seguì lo straniero e, solo dopo molte insistenze di quest’ultimo si convinse ad entrare nella sua dimora. L’ospite fece qualcosa che TALIB non capì e subito dopo, lentamente, una piccola stella apparve, dentro una scatola trasparente; TALIB ne fu subito ipnotizzato e rimase lì senza quasi fiatare …
- HYAM, io sono HYAM …
TALIB fissava la piccola stella tremolante e vedeva, vedeva tutto dentro quel luogo chiuso: non sapeva che fosse possibile, non era mai stato al chiuso in presenza di un lume, anche se qualche volta aveva visto dei fuochi all’aperto. Guardava, in silenzio, tutto quello spazio, dove si poteva stare in piedi appena leggermente piegati e tutte le cose sparse in giro, pelli stoffe, contenitori vari …
- HYAM, io sono HYAM … - Diceva il suo ospite, ma lui taceva e guardava rapito, guardava …
- HYAM, io sono HYAM … - Ripeté l’ospite, indicando sé e poi lui …
- TALIB, io sono TALIB.
Mentre TALIB rispondeva, il suo ospite si tolse il velo dal viso e poi anche il turbante dal capo, scuotendo la testa, prima in avanti e poi all’indietro, mentre una chioma di capelli roteava nell’aria, sfiorandolo. TALIB fu di nuovo pietrificato dalla vista: era la prima volta che vedeva un individuo senza il volto coperto e ben protetto. Era un individuo senza barba, ma non perché giovane come lui, ma per una ragione diversa che non conosceva e mentre rifletteva su quante cose UDAY doveva ancora insegnargli, HYAM continuò a togliersi quello che indossava, mostrando altre parti del corpo e rivelando altre curiose differenze con quello che sapeva essere il proprio corpo … Finché HYAM non fu completamente nuda e chiese a lui di fare altrettanto!
TALIB era terrorizzato non si era mai tolto i suoi stracci di dosso ne mai aveva immaginato di farlo, tutte quelle novità lo stavano confondendo sempre più, ma sarebbe stato solo l’inizio.
- Tu giovane e inesperto TALIB, io posso insegnarti molte cose se vorrai imparare, tu sei solo in mezzo a questo nulla ed anch’io. Non vorresti che noi due insieme iniziassimo il nostro clan e lo facessimo crescere? – Disse HYAM, portando le sue mani sul volto di TALIB e sciogliendo il velo dal volto prima ed il turbante poi. Questo fece cadere la piccola visiera di plastica di TALIB, il suo bene più prezioso ed egli si affrettò a raccoglierla ed a nasconderla veloce tra i vestiti …
- Che cosa fai? - Disse TALIB.
- Non temere, mio giovane TALIB, non ti farò del male ne ti deruberò, ma anzi voglio che tu abbia tutto ciò che è mio. – Nel dire questo HYAM allungo la mano per prendere un dei contenitori, lo aprì, versò un po’ d’acqua sulla sua mano e la passò sul volto di TALIB, massaggiandolo dolcemente.
- Non sprecarla così, io muoio di sete … - Disse TALIB, mentre faceva il gesto di raccogliere le gocce che scendevano a terra.
- Bevi quanto vuoi TALIB, tutta l’acqua che ho qui è tua. – Così dicendo ne versò ancora sul suo palmo e l’avvicinò alle labbra arse di TALIB.
- Chi sei? Come puoi avere tutto questo? – Chiese TALIB, mentre quelle poche gocce d’acqua sulle labbra lo fecondavano, come la terra sotto la pioggia, dopo una interminabile siccità.
- Io sono HYAM e appartengo ad un clan che possiede molte cose e ora queste cose appartengono anche a te se vorrai unirti a me, a noi … - HYAM stava aprendo un altro dei contenitori, dal quale estrasse più carne secca di quanta TALIB ne avesse mai vista; ne fece vari bocconi e glieli offrì.
TALIB era totalmente frastornato, ora stava mangiando e poco prima aveva bevuto, di fronte a sé aveva il corpo di un essere che lo affascinava per la morbidezza della pelle e l’impossibilità di vedere ossa sporgenti come lui invece aveva in abbondanza; nel frattempo infatti HYAM lo aveva spogliato del tutto e lui vide finalmente se stesso per quello che era: uno scheletro o poco più. Come poteva HYAM avere delle forme così morbide ed un corpo così pieno. E poi, con la bocca colma di cibo, iniziò a notare la diversità del corpo di HYAM e ne fu attratto senza capire perché e sentì anche che il proprio corpo stava cambiando ed anche il ritmo del proprio respiro non era più lo stesso … HYAM era sempre più vicino a lui e gli respirava addosso ed il suo fiato gli massaggiava dolcemente la pelle e TALIB … era sempre più confuso!
HYAM ora non si limitava a respirare vicino a lui, ma stava passando le sue labbra ovunque e TALIB provava qualcosa di completamente nuovo in grado di alterarne il profilo … Anche HYAM se ne accorse ed allora per TALIB iniziò una nuova vita, mai immaginata prima. HYAM si muoveva invitando TALIB a fare lo stesso ed egli presto imparò quello che voleva HYAM e che adesso capiva di volere anche lui!
Perse la cognizione del tempo TALIB e imparò molte cose in quell’incontro con HYAM; non gli importava più porsi domande, ora voleva solo quello che aveva conosciuto per la prima volta in quell’occasione. HYAM lo cercò molte volte e lui era sempre più felice, forse anche lui aveva, in fondo, qualcosa con cui ricambiare la generosità di HYAM … HYAM … come aveva potuto vivere senza di lei per tutto quel tempo?
Mentre se ne stava disteso ed i pensieri correvano liberi nella sua mente, vide HYAM sdraiata vicino, vide il suo respiro sollevarle il seno ritmicamente e poi scese con lo sguardo lungo suo il corpo fino al punto che più la distingueva da lui e si sentì ancora una volta attratto da quel mistero che aveva appena svelato e gli sembrò di ricordare di cose che gli erano state spiegate e che lui non aveva capito e poi quasi dimenticato.
Capì improvvisamente che quello che avevano fatto, gli era stato spiegato, tanti anni prima dal vecchio UDAY, che da quel gesto avrebbe effettivamente iniziato il proprio clan, avrebbe generato un nuovo individuo … e vide con altri occhi la bellissima HYAM e l’amò.
TALIB era pieno di una nuova vitalità e voleva esprimerla urlando di gioia e saltando e gridando ancor di più, ma il suo amore HYAM stava riposando e lui non voleva disturbarla, così si affacciò all’esterno e si accorse che era di nuovo una bellissima notte stellata, una di quelle notti che lo ispiravano ed uscì, per la prima volta completamente nudo all’aperto e respirò, felice e rise e corse e gridò … alla luna, lontana, al tramonto e vide uno strano riflesso di luce sotto la luna e fu curioso e corse, corse verso la luna, per scoprire cosa facesse sembrare la luna così strana, come fosse un sentiero che gli veniva incontro …
Corse spinto da una energia inesauribile e corse chissà per quanto e più si avvicinava più il suo cuore si riempiva di speranza. TALIB non osava credere che tutta la sua vita di sofferenze, potesse trasformarsi, in un tempo così breve e che tutti i suoi sogni e speranze si potessero realizzare in quella notte, ma era proprio così …
TALIB finì la sua corsa accasciandosi nel mare, il mare dolce che UDAY aveva immaginato per lui, nel mare che sognava da sempre e non sperava mai di trovare e che quella notte al culmine di quanto mai si possa essere felici egli aveva finalmente raggiunto!
E cosa mai poteva ancora chiedere di più TALIB, agli déi del suo clan, che UDAY gli aveva insegnato a rispettare e che erano i detentori dei miti che gli antenati gli avevano tramandato e che, attraverso gli insegnamenti del suo vecchio mentore, lo avevano portato fin lì. Cosa poteva chiedere se non di dividere questo suo incommensurabile appagamento con colei che gli aveva aperto le porte della vita: HYAM!
Correre da lei, doveva correre a prendere lei, il suo nuovo amore, il suo futuro, ma prima era necessario chiudere i conti col passato e rispettare la volontà di UDAY: depositare il dono che aveva sempre portato con sé, nella conchiglia sigillata che teneva al collo.
TALIB si avvicinò alla riva dove riconobbe quei teneri fili viventi e li accarezzò, sentì il profumo che alcuni di essi emanavano e le forme variegate che assumevano. Gli ultimi raggi della luna esitavano sulla spiaggia mentre TALIB scavava una piccola buca, poi si tolse la collana e la frantumò per scoprirne il contenuto. Si ritrovò tra le mani delle piccole palline di cui non capiva il significato. Non sembravano pietre, perché la forma era particolare e non c’era con lui UDAY a spiegargli questo nuovo mistero, così si limitò ad eseguire il rituale previsto e mise tutto nella buca che richiuse, vi costruì sopra un piccolo monticello su cui depositò i resti della sua collana, poi fece il rituale in memoria di UDAY, lo ringraziò di tutto ciò che aveva fatto per lui e con un inchino diede l’addio alla sua giovinezza: ora era un uomo, pronto ad affrontare una nuova vita, per sé e per il suo futuro clan.
TALIB si mise a correre per ritrovare la sua HYAM e raccontarle la sua grande scoperta, per il loro futuro, senza più restrizioni e con tutta l’acqua che potevano mai desiderare.
Mentre correva, ritrovava la gioia di tutti quei recenti avvenimenti e il cuore tornava a battere a mille e la voglia di ridere e gridare e saltare e soprattutto ripetere all’infinito quel nome: HYAM … HYAM … HYAM!
Non si rese minimamente conto di quale distanza aveva percorso mentre tornava, così come non sapeva quanta ne aveva fatta per arrivare fino al mare. Era tutto talmente irreale da cancellare la percezione del tempo e delle distanze, non sentiva fatica, né fame, né sete … HYAM.. HYAM … Era l’unico pensiero, ormai era il suo unico pensiero!
In lontananza intravide, finalmente, il loro piccolo accampamento e allora corse ancora più veloce e la chiamò:
- HYAM! HYAM! – E continuava a chiamare e a correre e a chiamare e a correre …
Raggiunta la capanna mobile vi entrò, urlando il nome di lei e ansimando, infine, per la stanchezza improvvisamente sopraggiunta, la cercò in quell’angusto spazio senza vederla più dove l’aveva lasciata. Si girò più volte alla luce del lume, per cercare in ogni angolo, ma HYAM non c’era, com’era possibile, ma forse era solo uscita, come lui, per un qualche ragione, meglio cercarla fuori …
- HYAM! … HYAM! … Dove sei, HYAM!
TALIB ora ansimava in un misto di stanchezza e di timore, come poteva essere lontana, se il suo iglù era ancora lì e dentro c’erano anche i suoi vestiti e tutte le sue cose? …
- HYAM! … HYAM! … Dove sei, HYAM! – TALIB correva tutto intorno, sempre più in ansia, e si allontanò in varie direzioni, per poi tornare e riprovare dalla parte opposta, finché si rese conto che erano in uno spiazzo piano e che non c’era nulla che potesse nasconderla alla vista, tranne forse …
Nella sua mente era sorto uno strano dubbio, mentre guardava verso il lontano orizzonte, l’unico posto dove non aveva guardato era il suo piccolo vecchio guscio sulla sua slitta e stava per girarsi e controllare in quella direzione, quando sentì una specie di ululato, ma non erano i cani della muta … Era la sua HYAM, armata di uno dei suoi picchetti e della sua rozza mazza, che gli correva incontro urlando e con una smorfia agghiacciante in volto. Lo raggiunse, fulminea e gli piantò il picchetto nel petto, travolgendolo e, una volta a terra, con tutta la forza e la violenza di cui era capace, calò la mazza, piantando il paletto nel cuore di TALIB, che non ebbe il tempo di capire e che disse ancora una volta quel nome: HYAM … Mentre il sangue schizzava copioso sul corpo nudo e sul volto di lei, negli occhi quasi spenti di TALIB si formò l’immagine del proprio cuore, strappato dal petto, fra i denti avidi di HYAM!
Tanto tempo prima il vecchio UDAY aveva spiegato a TALIB come, fra i tanti miti del loro clan, ce ne fosse uno, in particolare, che descriveva il destino dello spirito degli individui dopo la morte. Questo mito descriveva come lo spirito rimanesse per qualche tempo accanto al corpo inerte per poi dissolversi anch’esso e tornare alla sua fonte, così come il corpo tornava alla terra.
TALIB forse rimase, come diceva il mito, vicino al suo corpo per un breve tempo e forse poté osservare il proprio corpo, sbranato dall’avida e feroce predatrice HYAM … Forse è possibile che TALIB abbia osservato salire, sul proprio viso inerte, la forza del vento e avvolgere lentamente i due corpi nudi dalla sabbia ed oscurare il paesaggio circostante. In pochi istanti la visibilità era nulla e HYAM ancora freneticamente intenta a divorare le carni della sua preda, che si accorge di non avere alcuna protezione contro il vento sferzante e che tenta di ritrovare il suo rifugio dove ha lasciato i vestiti, ma nulla è più possibile vedere senza protezione, quella protezione degli occhi che era il bene più prezioso per TALIB e che ora vedeva il vento e la sabbia accecare HYAM e ferire la sua morbida pelle e strapparne brandelli sempre più grandi e percuoterla con folate ogni volta più dolorose e laceranti, fino a devastarne le carni e spolparne le ossa, disperdendole ovunque e mischiando quelle del vagabondo con quelle del suo predatore, nel crescente turbinio di sabbia …
TALIB o qualche traccia di lui, forse era ancora presente, in quel luogo, quando, tempo dopo, la tempesta scemò e la luna nella notte illuminò di nuovo il paesaggio e la spiaggia, laddove una vecchia collana spezzata indicava un piccolo rialzo nel terreno. Sul quel piccolo cumulo, una leggera brezza agitava un fiore, diverso da tutti gli altri di quella spiaggia e con un profumo intenso; lontano dalla furia del vento e della sabbia di quel tragico … deserto.
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Questo breve racconto è dedicato all’autore di fantascienza che ha alimentato, da gran gourmet, la mia fantasia di ragazzo. Ve ne sono stati molti di racconti e molti di autori appassionanti, ma J. G. è quello che ha cucinato i piatti per me più prelibati e cioè i suoi primi racconti. So che Ballard ha rinnegato alcuni di questi suoi scritti, ma questo è nell’ordine delle cose. Se questo umile omaggio avrà qualche merito sarà certamente frutto della Sua ispirazione e se invece non avrà che difetti, aspirerà, perlomeno spero, ad un posto nella gloriosa lista di quelli “ripudiati”.
Abstract:
In un mondo in cui tutto è stato spazzato via dalla sabbia e dal vento e la desertificazione ha divorato ogni cosa, una "umanità" disperata di vagabondi e predoni miserabili, si disputa le spoglie di quella vita che, in un tempo lontano, rigogliosa conquistò la Terra ...
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DESERTO
Il vento, violento e incostante, sferzava di sabbia una incerta figura, nel mare di interminabile sabbia, di un deserto planetario; il procedere faticoso era una lotta tremenda, e spesso perdente, per quell’esile forma di vita, ricoperta di miseri cenci …
TALIB lottava con tutte le sue forze contro quella furia e cadeva e si rialzava e trionfava nel compiere un singolo passo, ma stava soccombendo e se ne rese infine conto. Non c’era modo di andare avanti in quelle condizioni; avrebbe potuto cambiare leggermente direzione e bordeggiare per mantenere la direzione della sua meta, ma così avrebbe ulteriormente allungato il percorso. Era forse meglio arrendersi e riposare, in attesa che il vento calasse o almeno che girasse un po’ a suo favore. Non gli restava che approntare un accampamento di fortuna e così si levò dalle spalle l’imbracatura di cinghie sbrindellate, con le quali trascinava la sua misera slitta, sopra la quale era assicurato un minuscolo “iglù”. Un iglù che era, veramente, la sua unica “dimora”, costruita con quel poco che il deserto offriva e che principalmente erano vetusti rifiuti, trasportati per il mondo dal vento e depositati qua e là e, di quando in quando, raccolti, come oro da un minatore, dai vagabondi dell’immenso deserto, come TALIB. La sua dimora, un misero guscio di sopravvivenza contro la ferocia del suo mondo di dune; una buia e fetida protezione dall’incessante soffiare e dalla sabbia tagliente, ma prima di entrarvi, bisognava fissarne i picchetti e bene, pena essere trascinati via con tutta la slitta e sollevati e scaraventati lontano …
TALIB si aggirava, spossato, intorno alla slitta, tendendo al massimo i tiranti e spingendo gli approssimativi picchetti più in profondità che poteva, aiutandosi con una rozza mazza di legno e pietra. Il suo abbigliamento di vecchie pelli e stoffe lacere, con un turbante che gli avvolgeva completamente la testa ed il volto, era l’unica difesa contro gli spietati elementi e, se poteva vedere ciò che faceva, lo doveva soltanto al suo bene più prezioso: un pezzo di vecchia plastica trasparente fissato dentro le falde del suo copricapo avvolgente e dallo stesso trattenuto, davanti agli occhi, a mo’ di visiera.
Finalmente anche l’ultimo tirante era stato sistemato e TALIB, allo stremo, si infilò nel basso cunicolo, richiudendo, dietro di sé, i lembi di pelliccia lacera, che costituivano l’unica difesa dall’impietoso ambiente esterno. Al buio del suo minuscolo rifugio, si lasciò andare completamente, sperando che il sonno cancellasse presto il dolore, che attanagliava ormai ogni suo singolo osso.
Ma non sempre la stanchezza fisica, corrisponde a quella della mente e TALIB, in quel buio, accompagnato dai sibili del vento e dalle improvvise ondate di sabbia che colpivano l’esterno, pensò a lungo prima di addormentarsi e vide scorrere immagini e sentì voci e soffrì intensamente, fra i ricordi strazianti di fatti, avvenuti non molto tempo prima …
Un tempo, non molto lontano, nel quale TALIB trascinava la sua slitta in compagnia del suo clan, dei suoi simili, di altri vagabondi come lui e che, insieme a lui, cercavano le risorse per sopravvivere, insieme, in quel mondo ostile oltre ogni incubo peggiore. Un clan numeroso era l’unico modo, per quelli come lui, di proteggersi dal mondo esterno e qualche volta anche dai predatori, che quel mondo infestavano. Ma non sempre … Come l’ultima volta in cui, lui e il suo clan, vi erano incappati e, circondati, furono, uno ad uno sterminati in gran parte; mentre alcuni, tra cui egli stesso, si erano dispersi, per mai più ritrovarsi, nell’immenso e arido mondo di sabbia e rifiuti.
Ma in quel dormiveglia, intriso di stanchezza e denutrizione, quello che lo tormentava di più, era il ricordo del suo vecchio, colui che l’aveva protetto fino ad allora e che gli aveva insegnato tutto, su come sopravvivere nel loro mondo; ma gli aveva anche descritto un mitico mondo del passato, senza sabbia e vento, ma con acqua in abbondanza e cibo e tutto quello che si poteva desiderare. Il vecchio gli aveva anche detto che qualche traccia di quel mondo di sogno esisteva ancora, a Nord, molto a nord, dove ancora si trovava un mare d’acqua dolce e dove, forse, la vita era più ricca di quanto TALIB avesse ancora mai visto.
Il vecchio UDAY, suo protettore, che gli aveva donato una conchiglia sigillata, come suo retaggio, in segno di fiducia, incitandolo a cercare costantemente quella meta, quella terra di sogno, perché non c’era altro scopo in una vita come la loro, che potesse dargli un senso, che valesse tanta sofferenza. TALIB l’aveva promesso al suo caro vecchio UDAY; lui, l’avrebbe raggiunto quel mare d’acqua dolce e avrebbe consegnato il dono ricevuto, secondo le istruzioni del suo mentore.
E TALIB poteva solo sognare di quelle cose mai viste e lo aveva fatto tante volte nella sua giovane vita e lo stava facendo anche in quel momento, fino a quando il sonno non lo aveva sopraffatto, cancellando finalmente quel fischiare interminabile, che incessantemente tormentava le sue orecchie …
Quando infine si svegliò, ebbe un momento di esitazione, pensando di dormire ancora: il suono non c’era più, era circondato dal silenzio nel buio del suo iglù; poi si rese conto: forse era scesa la notte e la bufera di sabbia era calata momentaneamente, come spesso succedeva, di notte … TALIB uscì, timidamente, dapprima, ma appena fu certo della situazione si alzò felice nella tersa notte inondata dalla luna e da un cielo stellato che lasciava senza respiro.
TALIB era sempre stato rapito dalla potenza incombente del cielo stellato e dalla bellezza del deserto alla luce pallida della luna e dalla quiete, in assenza di vento, dal silenzio e dalla quiete … Respirava TALIB, respirava quella rara quiete, la sentiva entrare in sé ed uscire col suo fiato, che, per una volta, era l’unica aria in movimento …
Mentre coglieva quella breve pausa, ebbe come una vaga percezione di movimento in lontananza, si voltò per individuarne la provenienza, ma non vide che dune e cielo e stelle. Scrutò con attenzione tutto l’orizzonte e poi di nuovo nel senso opposto, ma non c’era il minimo cambiamento, tutto era fermo e uguale. Sentì l’arsura in gola e i morsi della fame e si decise porvi rimedio, per quanto possibile. Da uno dei sacchi fissati alla slitta prese un fagotto ed un vecchio contenitore chiuso che agitò, per rendersi conto di quanta acqua gli fosse rimasta, dopo quella fuga precipitosa ed era poca. Anche il contenuto del fagotto, una volta aperto, si rivelò ben poca cosa: era la sua ultima carne secca, quando e dove avrebbe mai potuto trovarne dell’altra ora che UDAY non era più con lui a guidarlo. Insieme alla carne, nell’involucro, teneva alcune pietruzze levigate dal tempo e dall’uso, un vecchio trucco, suggeritogli da UDAY per i tempi di magra. TALIB strappò un pezzetto di carne, si inumidì le labbra e la bocca con poche gocce d’acqua, poi si mise in bocca il pezzetto di carne e le pietruzze; in quel modo avrebbe succhiato lentamente la carne e le pietre avrebbero stimolato la salivazione, prolungando la sensazione di nutrirsi in mancanza di vero nutrimento. Sapeva sopravvivere con poco e qualche volta niente, grazie alla saggezza di UDAY.
Ancora una volta, mentre armeggiava col suo misero cibo ebbe come il sentore di una variazione nei dintorni e fu scosso dalla paura, ma esplorando intorno a sè attentamente, escluse ogni pericolo …
Chissà quanto sarebbe durata quella pausa di pace, forse era meglio approfittarne per mettersi in marcia e coprire la massima distanza, diretto verso il Nord, con l’aiuto delle stelle; anche se lui aveva un istinto per orientarsi, anche nel pieno delle tempeste di sabbia.
La marcia col favore della quiete notturna durò poco, ma il vento che si era alzato, per fortuna , soffiava alle spalle di TALIB, blandamente, sollevando poca sabbia e lasciando qualche squarcio di cielo libero alla vista.
L’istinto di TALIB lo teneva ancora in ansia, con quella sensazione di non essere solo, che già aveva avuto più volte. Continuava a voltarsi per tentare di cogliere qualcosa, ma nemmeno lui sapeva cosa …
Il vento saliva, col salire del giorno e la sabbia iniziava il suo implacabile martellamento, quando TALIB si voltò di scatto per l’ennesima volta, ma a differenza di prima ora si trovò davanti l’ombra in movimento di qualcosa che si avvicinava rapidamente …
Una slitta trascinata da cani arrivò veloce e, con una mezza accostata, si fermò esattamente di fronte a lui.
TALIB non aveva incontrato molti individui, a parte quelli del suo clan, nella sua giovane vita e di solito da chi si incontrava conveniva fuggire, diceva UDAY, perché era difficile individuare un predatore: quelli erano capaci di aggredire e uccidere per depredare e nutrirsi. TALIB li aveva visti all’opera, ma non avrebbe saputo distinguerli da quelli del suo clan, per il semplice aspetto. Quello che lo lasciava perplesso in quel momento, era quella muta di cani e quella slitta così grande, come era possibile nutrire tutti quei cani, si chiedeva. Poi pensò anche, che ormai era troppo tardi per fuggire: era venuto per lui il momento di affrontare la vita senza la guida rassicurante del vecchio UDAY …
Da dietro l’ampio iglù spuntò una figura agile, che gli si avvicinò facendo segno di amicizia, così come usava anche presso il suo vecchio clan, pensò che fosse una cosa normale e che forse si faceva così in tutti i clan, ma ancora non capiva se si trovasse in pericolo o di fronte ad un vagabondo come lui magari più fortunato ed esperto e magari appartenente a qualche clan accampato lì introno.
Il nuovo arrivato faceva segno di seguirlo ed indicava a TALIB il suo grande iglù, sembrava che lo volesse come ospite e questo sorprese molto TALIB: per lui era la prima volta, nessuno l’aveva mai invitato prima!
TALIB, timidamente, seguì lo straniero e, solo dopo molte insistenze di quest’ultimo si convinse ad entrare nella sua dimora. L’ospite fece qualcosa che TALIB non capì e subito dopo, lentamente, una piccola stella apparve, dentro una scatola trasparente; TALIB ne fu subito ipnotizzato e rimase lì senza quasi fiatare …
- HYAM, io sono HYAM …
TALIB fissava la piccola stella tremolante e vedeva, vedeva tutto dentro quel luogo chiuso: non sapeva che fosse possibile, non era mai stato al chiuso in presenza di un lume, anche se qualche volta aveva visto dei fuochi all’aperto. Guardava, in silenzio, tutto quello spazio, dove si poteva stare in piedi appena leggermente piegati e tutte le cose sparse in giro, pelli stoffe, contenitori vari …
- HYAM, io sono HYAM … - Diceva il suo ospite, ma lui taceva e guardava rapito, guardava …
- HYAM, io sono HYAM … - Ripeté l’ospite, indicando sé e poi lui …
- TALIB, io sono TALIB.
Mentre TALIB rispondeva, il suo ospite si tolse il velo dal viso e poi anche il turbante dal capo, scuotendo la testa, prima in avanti e poi all’indietro, mentre una chioma di capelli roteava nell’aria, sfiorandolo. TALIB fu di nuovo pietrificato dalla vista: era la prima volta che vedeva un individuo senza il volto coperto e ben protetto. Era un individuo senza barba, ma non perché giovane come lui, ma per una ragione diversa che non conosceva e mentre rifletteva su quante cose UDAY doveva ancora insegnargli, HYAM continuò a togliersi quello che indossava, mostrando altre parti del corpo e rivelando altre curiose differenze con quello che sapeva essere il proprio corpo … Finché HYAM non fu completamente nuda e chiese a lui di fare altrettanto!
TALIB era terrorizzato non si era mai tolto i suoi stracci di dosso ne mai aveva immaginato di farlo, tutte quelle novità lo stavano confondendo sempre più, ma sarebbe stato solo l’inizio.
- Tu giovane e inesperto TALIB, io posso insegnarti molte cose se vorrai imparare, tu sei solo in mezzo a questo nulla ed anch’io. Non vorresti che noi due insieme iniziassimo il nostro clan e lo facessimo crescere? – Disse HYAM, portando le sue mani sul volto di TALIB e sciogliendo il velo dal volto prima ed il turbante poi. Questo fece cadere la piccola visiera di plastica di TALIB, il suo bene più prezioso ed egli si affrettò a raccoglierla ed a nasconderla veloce tra i vestiti …
- Che cosa fai? - Disse TALIB.
- Non temere, mio giovane TALIB, non ti farò del male ne ti deruberò, ma anzi voglio che tu abbia tutto ciò che è mio. – Nel dire questo HYAM allungo la mano per prendere un dei contenitori, lo aprì, versò un po’ d’acqua sulla sua mano e la passò sul volto di TALIB, massaggiandolo dolcemente.
- Non sprecarla così, io muoio di sete … - Disse TALIB, mentre faceva il gesto di raccogliere le gocce che scendevano a terra.
- Bevi quanto vuoi TALIB, tutta l’acqua che ho qui è tua. – Così dicendo ne versò ancora sul suo palmo e l’avvicinò alle labbra arse di TALIB.
- Chi sei? Come puoi avere tutto questo? – Chiese TALIB, mentre quelle poche gocce d’acqua sulle labbra lo fecondavano, come la terra sotto la pioggia, dopo una interminabile siccità.
- Io sono HYAM e appartengo ad un clan che possiede molte cose e ora queste cose appartengono anche a te se vorrai unirti a me, a noi … - HYAM stava aprendo un altro dei contenitori, dal quale estrasse più carne secca di quanta TALIB ne avesse mai vista; ne fece vari bocconi e glieli offrì.
TALIB era totalmente frastornato, ora stava mangiando e poco prima aveva bevuto, di fronte a sé aveva il corpo di un essere che lo affascinava per la morbidezza della pelle e l’impossibilità di vedere ossa sporgenti come lui invece aveva in abbondanza; nel frattempo infatti HYAM lo aveva spogliato del tutto e lui vide finalmente se stesso per quello che era: uno scheletro o poco più. Come poteva HYAM avere delle forme così morbide ed un corpo così pieno. E poi, con la bocca colma di cibo, iniziò a notare la diversità del corpo di HYAM e ne fu attratto senza capire perché e sentì anche che il proprio corpo stava cambiando ed anche il ritmo del proprio respiro non era più lo stesso … HYAM era sempre più vicino a lui e gli respirava addosso ed il suo fiato gli massaggiava dolcemente la pelle e TALIB … era sempre più confuso!
HYAM ora non si limitava a respirare vicino a lui, ma stava passando le sue labbra ovunque e TALIB provava qualcosa di completamente nuovo in grado di alterarne il profilo … Anche HYAM se ne accorse ed allora per TALIB iniziò una nuova vita, mai immaginata prima. HYAM si muoveva invitando TALIB a fare lo stesso ed egli presto imparò quello che voleva HYAM e che adesso capiva di volere anche lui!
Perse la cognizione del tempo TALIB e imparò molte cose in quell’incontro con HYAM; non gli importava più porsi domande, ora voleva solo quello che aveva conosciuto per la prima volta in quell’occasione. HYAM lo cercò molte volte e lui era sempre più felice, forse anche lui aveva, in fondo, qualcosa con cui ricambiare la generosità di HYAM … HYAM … come aveva potuto vivere senza di lei per tutto quel tempo?
Mentre se ne stava disteso ed i pensieri correvano liberi nella sua mente, vide HYAM sdraiata vicino, vide il suo respiro sollevarle il seno ritmicamente e poi scese con lo sguardo lungo suo il corpo fino al punto che più la distingueva da lui e si sentì ancora una volta attratto da quel mistero che aveva appena svelato e gli sembrò di ricordare di cose che gli erano state spiegate e che lui non aveva capito e poi quasi dimenticato.
Capì improvvisamente che quello che avevano fatto, gli era stato spiegato, tanti anni prima dal vecchio UDAY, che da quel gesto avrebbe effettivamente iniziato il proprio clan, avrebbe generato un nuovo individuo … e vide con altri occhi la bellissima HYAM e l’amò.
TALIB era pieno di una nuova vitalità e voleva esprimerla urlando di gioia e saltando e gridando ancor di più, ma il suo amore HYAM stava riposando e lui non voleva disturbarla, così si affacciò all’esterno e si accorse che era di nuovo una bellissima notte stellata, una di quelle notti che lo ispiravano ed uscì, per la prima volta completamente nudo all’aperto e respirò, felice e rise e corse e gridò … alla luna, lontana, al tramonto e vide uno strano riflesso di luce sotto la luna e fu curioso e corse, corse verso la luna, per scoprire cosa facesse sembrare la luna così strana, come fosse un sentiero che gli veniva incontro …
Corse spinto da una energia inesauribile e corse chissà per quanto e più si avvicinava più il suo cuore si riempiva di speranza. TALIB non osava credere che tutta la sua vita di sofferenze, potesse trasformarsi, in un tempo così breve e che tutti i suoi sogni e speranze si potessero realizzare in quella notte, ma era proprio così …
TALIB finì la sua corsa accasciandosi nel mare, il mare dolce che UDAY aveva immaginato per lui, nel mare che sognava da sempre e non sperava mai di trovare e che quella notte al culmine di quanto mai si possa essere felici egli aveva finalmente raggiunto!
E cosa mai poteva ancora chiedere di più TALIB, agli déi del suo clan, che UDAY gli aveva insegnato a rispettare e che erano i detentori dei miti che gli antenati gli avevano tramandato e che, attraverso gli insegnamenti del suo vecchio mentore, lo avevano portato fin lì. Cosa poteva chiedere se non di dividere questo suo incommensurabile appagamento con colei che gli aveva aperto le porte della vita: HYAM!
Correre da lei, doveva correre a prendere lei, il suo nuovo amore, il suo futuro, ma prima era necessario chiudere i conti col passato e rispettare la volontà di UDAY: depositare il dono che aveva sempre portato con sé, nella conchiglia sigillata che teneva al collo.
TALIB si avvicinò alla riva dove riconobbe quei teneri fili viventi e li accarezzò, sentì il profumo che alcuni di essi emanavano e le forme variegate che assumevano. Gli ultimi raggi della luna esitavano sulla spiaggia mentre TALIB scavava una piccola buca, poi si tolse la collana e la frantumò per scoprirne il contenuto. Si ritrovò tra le mani delle piccole palline di cui non capiva il significato. Non sembravano pietre, perché la forma era particolare e non c’era con lui UDAY a spiegargli questo nuovo mistero, così si limitò ad eseguire il rituale previsto e mise tutto nella buca che richiuse, vi costruì sopra un piccolo monticello su cui depositò i resti della sua collana, poi fece il rituale in memoria di UDAY, lo ringraziò di tutto ciò che aveva fatto per lui e con un inchino diede l’addio alla sua giovinezza: ora era un uomo, pronto ad affrontare una nuova vita, per sé e per il suo futuro clan.
TALIB si mise a correre per ritrovare la sua HYAM e raccontarle la sua grande scoperta, per il loro futuro, senza più restrizioni e con tutta l’acqua che potevano mai desiderare.
Mentre correva, ritrovava la gioia di tutti quei recenti avvenimenti e il cuore tornava a battere a mille e la voglia di ridere e gridare e saltare e soprattutto ripetere all’infinito quel nome: HYAM … HYAM … HYAM!
Non si rese minimamente conto di quale distanza aveva percorso mentre tornava, così come non sapeva quanta ne aveva fatta per arrivare fino al mare. Era tutto talmente irreale da cancellare la percezione del tempo e delle distanze, non sentiva fatica, né fame, né sete … HYAM.. HYAM … Era l’unico pensiero, ormai era il suo unico pensiero!
In lontananza intravide, finalmente, il loro piccolo accampamento e allora corse ancora più veloce e la chiamò:
- HYAM! HYAM! – E continuava a chiamare e a correre e a chiamare e a correre …
Raggiunta la capanna mobile vi entrò, urlando il nome di lei e ansimando, infine, per la stanchezza improvvisamente sopraggiunta, la cercò in quell’angusto spazio senza vederla più dove l’aveva lasciata. Si girò più volte alla luce del lume, per cercare in ogni angolo, ma HYAM non c’era, com’era possibile, ma forse era solo uscita, come lui, per un qualche ragione, meglio cercarla fuori …
- HYAM! … HYAM! … Dove sei, HYAM!
TALIB ora ansimava in un misto di stanchezza e di timore, come poteva essere lontana, se il suo iglù era ancora lì e dentro c’erano anche i suoi vestiti e tutte le sue cose? …
- HYAM! … HYAM! … Dove sei, HYAM! – TALIB correva tutto intorno, sempre più in ansia, e si allontanò in varie direzioni, per poi tornare e riprovare dalla parte opposta, finché si rese conto che erano in uno spiazzo piano e che non c’era nulla che potesse nasconderla alla vista, tranne forse …
Nella sua mente era sorto uno strano dubbio, mentre guardava verso il lontano orizzonte, l’unico posto dove non aveva guardato era il suo piccolo vecchio guscio sulla sua slitta e stava per girarsi e controllare in quella direzione, quando sentì una specie di ululato, ma non erano i cani della muta … Era la sua HYAM, armata di uno dei suoi picchetti e della sua rozza mazza, che gli correva incontro urlando e con una smorfia agghiacciante in volto. Lo raggiunse, fulminea e gli piantò il picchetto nel petto, travolgendolo e, una volta a terra, con tutta la forza e la violenza di cui era capace, calò la mazza, piantando il paletto nel cuore di TALIB, che non ebbe il tempo di capire e che disse ancora una volta quel nome: HYAM … Mentre il sangue schizzava copioso sul corpo nudo e sul volto di lei, negli occhi quasi spenti di TALIB si formò l’immagine del proprio cuore, strappato dal petto, fra i denti avidi di HYAM!
Tanto tempo prima il vecchio UDAY aveva spiegato a TALIB come, fra i tanti miti del loro clan, ce ne fosse uno, in particolare, che descriveva il destino dello spirito degli individui dopo la morte. Questo mito descriveva come lo spirito rimanesse per qualche tempo accanto al corpo inerte per poi dissolversi anch’esso e tornare alla sua fonte, così come il corpo tornava alla terra.
TALIB forse rimase, come diceva il mito, vicino al suo corpo per un breve tempo e forse poté osservare il proprio corpo, sbranato dall’avida e feroce predatrice HYAM … Forse è possibile che TALIB abbia osservato salire, sul proprio viso inerte, la forza del vento e avvolgere lentamente i due corpi nudi dalla sabbia ed oscurare il paesaggio circostante. In pochi istanti la visibilità era nulla e HYAM ancora freneticamente intenta a divorare le carni della sua preda, che si accorge di non avere alcuna protezione contro il vento sferzante e che tenta di ritrovare il suo rifugio dove ha lasciato i vestiti, ma nulla è più possibile vedere senza protezione, quella protezione degli occhi che era il bene più prezioso per TALIB e che ora vedeva il vento e la sabbia accecare HYAM e ferire la sua morbida pelle e strapparne brandelli sempre più grandi e percuoterla con folate ogni volta più dolorose e laceranti, fino a devastarne le carni e spolparne le ossa, disperdendole ovunque e mischiando quelle del vagabondo con quelle del suo predatore, nel crescente turbinio di sabbia …
TALIB o qualche traccia di lui, forse era ancora presente, in quel luogo, quando, tempo dopo, la tempesta scemò e la luna nella notte illuminò di nuovo il paesaggio e la spiaggia, laddove una vecchia collana spezzata indicava un piccolo rialzo nel terreno. Sul quel piccolo cumulo, una leggera brezza agitava un fiore, diverso da tutti gli altri di quella spiaggia e con un profumo intenso; lontano dalla furia del vento e della sabbia di quel tragico … deserto.
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martedì 1 dicembre 2009
“Trasporti”
(Quadrilogia di Sara Colletti: Episodio 1)
Abstract:
Un cargo sta compiendo il suo viaggio di ritorno verso la Terra, proveniente da ”Io”, la luna di Giove, dove sono permanentemente al lavoro le strutture estrattive delle più diverse risorse minerarie. I “trasporti” sono un complesso sistema di navette, in continuo movimento all’interno del sistema solare, in grado di portare le materie prime alla loro meta finale, la Terra, in severo regime di economia di mercato: costi ridotti al minimo, personale sfruttato al massimo, vita stressante per chi la “sceglie”, esseri umani portati al limite … Noi seguiremo un breve momento di questo interminabile ciclo, per cogliere qualcosa che non appare nei giornali di bordo di quella missione, che alla fine del viaggio nessuno forse ricorderà, alle prese con le complesse operazioni di scarico. Quello delle materie prime non è sempre l’unico genere di “trasporti” …
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"Trasporti"
Sue Ann Pleeskyn, comandante del cargo Bullet Asian Space Agency Inc., era alla sua postazione di controllo quando il Capitano Sara Colletti si presentò a rapporto. Stette sull’”attenti”, fluttuando in assenza di peso, per un pezzo a sentire il Comandante distribuire ordini e comunicazioni varie di servizio e chissà quanto ancora sarebbe rimasta lì a chiappe strette, appesa all’apposita maniglia, con una mano sola, se l’oscillazione libera del suo corpo non avesse portato i suoi piedi nel campo visivo del suo superiore.
- Accidenti! Che succede …. Che sta facendo …. Capitano?
- Scusi Signore, Capitano Colletti a rapporto Signore, agli ordini.
- La smetta di oscillarmi sul naso, dannazione! Si rimetta in assetto stazionario …
- Signorsì, Signore!
- Se continua a sibilare in questo modo mi consuma tutto l’ossigeno prima ancora della partenza, cerchi di rilassarsi, prenda a respirare normalmente, faccia mente locale e si accorgerà anche che sono una signora. Mi chiamo Sue Ann, ma può chiamarmi Sue oppure Comandante, evitiamo tutto il resto della toponomastica, vuole ?
- Certo Signora … eehm … Comandante … voglio dire, Sue.
- Ok, siamo rilassati? Possiamo procedere …
- Sono il Capitano Colletti; sarei onorata se vorrà chiamarmi Sara, a sua discrezione.
- Bene, Capitano … eehm … Sara … Siamo relegati su questa vecchia cosmonave e ci resteremo per lungo tempo, le formalità lasciamole per le occasioni ufficiali, ma si ricordi che quando si accende il segnale di allarme rosso, la gerarchia militare è di nuovo all’ordine del giorno, chiaro?
- Si, Comandante.
- Le do il benvenuto a bordo della Bullet Asian, appena possibile le farò conoscere il resto del personale. Quella che vede laggiù è la Sergente Maggiore Billie “Conejo” Bastedo, unico sottufficiale a bordo e responsabile tecnico su questo mezzo, per quanto riguarda il nostro carico. Gli altri sono tutti ufficiali e responsabili rispettivamente delle attrezzature di bordo e della rotta in abbinamento ai computer di bordo. Lei ovviamente ufficiale Medico ed in fine la sottoscritta. Vi sono anche altri ufficiali, in animazione sospesa, sotto la sua responsabilità sanitaria e in lista di trasferimento sulla Terra che, all’occasione, possono essere risvegliati e messi sotto il mio comando, ma dubito che questa circostanza possa mai presentarsi, quindi suo compito sarà monitorare i loro parametri vitali nell’arco del nostro viaggio.
- Senz’altro, Comandante.
- Oh, avrai capito che qui siamo tutti, a parte Billie, pari grado ed io considero Billie comunque sullo stesso piano degli altri, quindi tutti possono fare tutto e nessuno ha privilegi di sorta, tranne …
- …
- Dica, Capitano, tranne?
- Tranne … eehm … tranne … Ah! Tranne quando si accende il segnale di allarme rosso, Signore!
- Bene, Sara. Lo prendi un caffè, col tuo nuovo Comandante?
- Ssssssissssignore, Ssssue …
- Mi piace un po’ di spirito, in mancanza d’alcol, Sara. Ma se lo fai di nuovo ti fulmino …
- Ok, Sue.
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Dall’interfono arrivò l’avviso di portarsi ognuno in posizione di lancio, proprio mentre Sara terminava l’ultimo sorso del suo caffè, e Sue le fece capire con un cenno del capo di sedersi al suo fianco e allacciarsi le cinture.
- Chi c’è ai comandi? – Chiese Sara con un vago disagio.
- L’ufficiale ingegnere di rotta. – Rispose Sue indifferente. Poi si rese conto del dubbio di Sara e concluse dicendo che per loro era un manovra di assoluta routine, sostanzialmente in mano al computer di bordo e sotto la supervisione dell’ufficiale addetto, John.
- John è l’ufficiale di rotta di cui mi ha parlato, immagino … - disse Sara.
- Si, è la più anziana fra noi, ma siamo quasi coetanee ... – Sue sembrava dirlo più a se stessa che a Sara.
- Ma l’ha chiamata John o Joan?
- No, no … hai capito bene, il suo nome è Mary John, ma io l’ho sempre chiamata John, per una vecchia storia tra di noi …
Sue era sempre più assorta e sembrò quasi scomparire agli occhi di Sara, perché, proprio in quel momento, una vibrazione crescente stava trasformando ogni cosa a bordo in una nebbia luminosa, poi una pressione improvvisa contro il sedile, che durò solo qualche istante …
- Siamo in rotta verso Giove, ora puoi sganciarti, ma attenzione perché saremo in presenza di una leggera gravità artificiale per tutta la durata della nostra semi-orbita gioviana ….
- Mi scusi Comandante, ma non la seguo, non siamo diretti sulla Terra … - azzardò Sara timidamente.
- Ah, già, suppongo che tu non conosca le nostre procedure. Dammi qualche minuto per portare a termine alcuni controlli, poi ti spiegherò come funziona. Avremo un po’ di pausa prima del passaggio critico successivo, scusami ora …. – Sue era totalmente assorta con lo sguardo sulle procedure presenti sul terminale e non sembrava più accorgersi della presenza di Sara.
Sara era in soggezione al punto che non osò sganciarsi dal sedile e se ne stette in silenzio a guardarsi in giro e, di quando in quando, tentava di cogliere il significato dei veloci gesti del comandante.
Sue comunicò un paio di volte con l’ufficiale di rotta, e ricevette rapporti sia da Billie, che da una certa Dana, probabilmente l’ufficiale tecnico di cui le era stato detto poco prima. Sara si rese conto che l’equipaggio era formato, nomi a parte, di sole donne e la cosa non la stupì più di tanto, lì per lì, anche se non ne vedeva nemmeno la ragione, per quanto le era capitato nelle sue esperienze precedenti, in cui gli equipaggi misti erano la regola.
Sara si stava agitando per quella posizione forzata, ma non intendeva esprimere alcun dissenso; fu Sue a rivolgerle la parola, cogliendola di sorpresa.
- Sei a disagio, si vede, ma non serve che te ne stai lì come un salame coi vermi, ti ho detto che puoi slacciarti, ma con cautela perché la gravità relativa ti impedirà di fluttuare liberamente, spingendoti contro lo scafo. Muoviti lentamente finché non ti sentirai consapevole della tua posizione statica. - Disse Sue, con un sorriso di comprensione e ritornando subito a concentrarsi sul lavoro.
- Grazie Comandante. Vedrò di esplorare i dintorni, cautamente, senza interferire con te …
Sara si alzò lentamente, appoggiandosi al sedile e si accorse subito della differenza, ma fu sorpresa dal fatto che la poca gravità, che effettivamente percepiva, la stava facendo precipitare, piano, piano con la testa verso la parete opposta. Fu sorpresa altresì di non riuscire ad afferrare alcunché strada facendo, impossibilitata com’era a fluttuare liberamente in quel frangente. Mentre volava dritta verso il “pavimento”, si sentì afferrare la caviglia in modo deciso, proprio quando la sua faccia stava per andare a sbattere contro qualcosa, nascosto dalla sua mano stesa a protezione del volto, era la presa di Sue che l’aveva afferrata, mentre si teneva saldamente al sedile con l’altra mano.
- Meno male che te l’avevo detto …. – Scherzò Sue.
- Mi sento impedita, accidenti! Che strano effetto, mai capitato prima. – Disse Sara imbarazzata.
- E’ tipico di questa traiettoria, considera di essere sulle giostre! Abbiamo una spinta controllata che agisce sullo scafo in tre direzioni, la risultante agisce sui corpi liberi all’interno dello scafo, non è facile adattarsi rapidamente e capire come muoversi. - Sue sembrava tranquilla e, nel dire questo, l’aiutò a raggiungere uno dei corrimano presenti nell’ambiente.
Sara si aspettava un rimprovero, ma il sorriso di Sue le fece capire che non c’erano più attività impellenti che poteva aver interrotto con le sue acrobazie.
- Vieni con me, ti porto in giro a trovare gli altri. Billie la conosci già, Lei controlla il carico in ogni fase del tragitto, perché ciascuna materia prima reagisce in modo diverso alle sollecitazioni del volo e poi si occupa di una quantità di altre procedure, anche in vista delle fasi di consegna che possono anche avvenire in modalità diverse ed alquanto complesse. Billie ti presento il nuovo ufficiale medico, Sara, è un privilegio averla qui con noi. Per lei, si tratta di un lavoro semi-volontario e temporaneo; è una Medico Psichiatra altamente specializzata che, come altri di noi, approfitta di questo lavoro per i vantaggi collaterali che offre. - Sue aveva parlato a Billie cercando di nascondere, l’espressione del volto, tutt’altro che sorridente, ma Sara, pivotando involontariamente sui suoi incerti appoggi, aveva notato lo sguardo duro che il Comandante, insistentemente, mentre si allontanava, aveva rivolto al Sergente.
- Sono felice di conoscerti Billie, spero potremo parlare presto un po’ insieme. – Sara lo disse tendendo una mano che andò dritta per la sua strada, mentre ancora una volta perdeva l’equilibrio, con grande imbarazzo, ma ciò non le impedì di notare l’espressione cupa del Sergente; poteva benissimo essere stato un contrasto di lavoro, si disse.
- Sara! Muoviti piano e sempre con almeno due appoggi sicuri. Altrimenti ti dovrò dare un scorta. Dana ti presento l’ufficiale medico, Capitano Sara Colletti. – Sue era tornata sorridente nell’introdurla al tecnico del gruppo.
Il loro tour lungo gli ambienti, stretti e affollati da ogni genere di attrezzatura, sempre solidamente assicurate alle pareti a volte in più strati, continuava e Sue disse, scherzando, che era dispiaciuta di non poterle offrire molte comodità, ma che più tardi nel corso del viaggio ci sarebbe stata una gradita sorpresa, sperava.
Arrivati nel punto più estremo del lungo scafo, Sue si rivolse a Sara dicendo che erano arrivati nel nido dell’ingegnere di rotta, zona normalmente interdetta a tutti, a meno di specifico ordine in deroga, nel dirlo l’aveva squadrata in attesa di un “roger”, che arrivò con un certo ritardo, da una Sara sovrappensiero.
- John, scusa l’interruzione, c’è qui il nuovo ufficiale medico, voglio presentarvi, hai un secondo? – Sue aveva appoggiato una mano sulla spalla della donna, mentre si assicurava al secondo sedile presente nel piccolo ambiente pieno di monitor e terminali.
John aveva continuato per qualche secondo il suo lavoro, ma Sara notò, forse maliziosamente, quel gesto naturale e la reazione neutra, altrettanto naturale, che l’aveva seguita.
A Sara sembrò una lunga attesa silenziosa, quella che era intercorsa prima di una qualsiasi reazione dell’ufficiale in seconda.
- Eccomi, piacere sono Mary … MaryJohn Atwater. Ho sentito le altre presentazioni sull’interfono, perciò mi sembra già di conoscerti da tempo, Sara.
- Ah, mi lasci senza parole … comunque, grazie, altrettanto. Bell’ambientino davvero questo, lo credo che tu ci tenga a mantenere tutti lontano da qui …
- Scusa la mia aggressività, Sara. Non fraintendere, le limitazioni sono da intendersi in relazione alle fasi critiche di volo ed alla delicatezza delle attrezzature, nemmeno Sue è benvenuta qui e per le stesse ragioni, di solito svolge il suo lavoro dove l’hai incontrata. Se ti fa piacere puoi venire, basta che ci accordiamo prima, via interfono, sull’opportunità del momento. Ora vi devo lasciare perché siamo in vista del prossimo salto. – Mary disse questo dando un’occhiata a Sue, che già si stava muovendo verso il suo posto di lavoro e con ciò fece segno a Sara di seguirla.
Tornati alla postazione di Sue, che non era poi granché rispetto al rifugio di MaryJohn, Sue le spiegò quello che stava succedendo in quel mentre.
Per rispondere anche ai suoi dubbi di poco prima, Sue spiegò che il loro cargo era un mezzo di trasporto vetusto, ma ancora solido, con una tecnologia fuori corso ormai, ma che aveva subito alcuni importanti aggiornamenti tecnologici proprio nella parte riguardante la gestione della rotta di volo, la quale era fortemente condizionata da considerazioni economiche, in relazione al carico trasportato, al personale ridotto e ai tempi di consegna stabiliti.
- Quanto ne sai tu di meccanica celeste e propulsione a getto? – chiese Sue d’un tratto.
- Poco, veramente poco, quello che si imparicchia nelle scuola di base e poi quello che può sentire un medico durante il suo lavoro a bordo degli scafi in missione. Ma in genere direi molto poco. Non capisco per esempio perché puntare verso Giove se la meta è la Terra … - Sara si era persa nel suo stesso ragionamento, temendo di aver scoperto lacune imperdonabili, quando Sue la interruppe …
- Se ti fa piacere, posso spiegarti in parole povere quello che facciamo e perché?
- Parole molto povere, se possibile, Sue. – Fece Sara supplichevole.
Sue, la prese veramente alla lontana e Sara temeva un pistolotto cosmico in tutti i sensi, ma mentre il Comandante procedeva, si rese conto, a poco, a poco, che quello che le stava spiegando sarebbe poi successo nei fatti a lei e alla sua vita, occupandone diversi mesi, durante i quali, stando forzatamente lì, avrebbe finito per volerlo capire, tanto valeva farlo subito.
Sue parlava del fatto che i viaggi interplanetari erano sempre stati e rimanevano tutt’ora principalmente un problema economico, di costi esorbitanti e che perciò, si potevano fare sempre e soltanto se i conti tornavano e dovevano tornare bene! Quindi spostarsi da un pianeta all’altro come ci si sposterebbe in aereo da un continente all’altro, sparando via tonnellate e tonnellate di carburante dall’inizio alla fine del viaggio è impensabile, a meno di non voler andare in rovina subito.
Agli inizi dei viaggi cosmici per questo stesso motivo, si era sviluppato un sistema basato sulla spinta iniziale di un razzo a getto che spingeva i veicoli in una rotta di caduta libera verso il corpo da raggiungere, sfruttandone l’attrazione di gravità; ma questo sistema, che ci aveva portati sulla Luna, richiedeva tempi biblici nel caso dei pianeti, che sono molto più lontani. Per giunta quel metodo richiedeva allineamenti particolarissimi tra i pianeti, limitando con ciò i viaggi a precisi giorni nell’arco di anni per poter partire e quindi rendendo la cosa impraticabile in termini commerciali. Quindi, o si consumano quantità spaventose di combustibile per poter andare e venire a piacere o si risparmia in carburante e si deve partire quando lo dice il calendario invece che la necessità effettiva.
Molte altre soluzioni si possono e si sono escogitate in funzione dei casi particolari, come se sonde automatiche, i satelliti, le più recenti astronavi da esplorazione, sulle quali Lei, Sara, forse ha fatto le sue esperienze fino ad oggi. Ma, nel periodo, nel quale questo cargo fu costruito e tutt’ora per quanto riguarda la nostra attività, l’aspetto economico dei viaggi è imprescindibile, ecco dunque la ragione per cui per andare sulla Terra, stiamo sfruttando Giove …
- E qui me la sto perdendo comandante. Questo ci fa allungare e di parecchio la strada da fare visto le dimensioni gigantesche di questo pianeta. - Sara disperava ormai di passare per un astronomo.
- Siamo quasi arrivati, Sara. Ora siamo al nocciolo della questione. – Sue sorrideva comprensiva, proseguendo nella spiegazione ...
Il sistema solare è come un tavolo da biliardo inclinato o se vuoi come un gioco di biglie per bambini su una spiaggia costruito in discesa con una pista scavata tra collinette e avallamenti. Se la tua biglia cade in una buca si blocca, ma se finisce contro una collinetta sale per un po’ e poi torna indietro sul percorso e così via.
Tu pensa allo stesso modo al sistema solare, laddove i pianeti sono buche profonde, tanto più profonde quanto più è grande il pianeta. La buca più profonda la provoca il sole e se la biglia, che è il nostro cargo, riesce a evitare tutti gli ostacoli, può andare “in discesa” finché noi vogliamo, stando attenti a fermarci in tempo per non perdere le nostre ”biglie” in mare …
Se noi fossimo tanto bravi da calcolare la posizione di tutte le collinette e di tutte le buche, prima di lanciare la biglia, potremmo sfruttarle per dare una spinta aggiuntiva alla nostra biglia ad ogni incontro ...
- Questo è quello che fa per noi il sistema di computer di bordo che gestisce John … ehm MaryJohn. – concluse Sue, cercando con gli occhi il consenso informato di Sara.
- Vuoi dire che noi ci buttiamo in queste buche formate dai pianeti per ricavare la spinta aggiuntiva verso la nostra meta e che all’ultimo momento, qualcosa fa sì che riusciamo ad evitare lo scontro e procedere per la nostra strada? – Chiese Sara timidamente.
- Non qualcosa, ma i calcoli di rotta e l’intervento dei nostri motori all’istante esatto, grazie alla guida computerizzata. – Precisò Sue.
- Quindi in che fase siamo adesso, esattamente, Sue?
- Stiamo “cadendo” nel profondo pozzo gravitazionale di Giove, ma abbastanza sul “bordo” da non rimanerne prigionieri e quando saremo dalla parte opposta … hai mai fatto girare un secchio pieno d’acqua con il braccio teso? Cosa succede se lascia andare il secchio?
- Il secchio vola via. Vuol dire che noi possiamo lasciarci andare, come il secchio, quando vogliamo? E come? – Ora Sara si era appassionata al gioco, perché cominciava a capire, finalmente.
- A noi basta aggiungere un po’ di velocità a quella che già abbiamo grazie alla spinta di Giove e dirigerla verso l’esterno dell’orbita. Così facendo, si supera la velocità di fuga dal pianeta e ci troviamo su una traiettoria libera nello spazio.
- Verso la Terra? – Chiese Sara col viso radioso di chi ha conquistato la vetta.
- No.
- Mi pareva troppo bello! Ok, che succede questa volta.
- Si tratta di calcolare, in base alla posizione attuale dei corpi intermedi, come Marte, per esempio, ed ovviamente la Terra , quale è il percorso, che evitando gli ostacoli come la fascia degli asteroidi, si snodi con meno “salite” e con più “discese”, qualcosa che si può paragonare ad un’autostrada nello spazio e che cambia forma e posizione in base alla posizione dei corpi celesti, in questo particolare momento della loro orbita e nei momenti successivi, quando noi passeremo in quei pressi. Tutto questo è il lavoro di cui si occupa John, con l’aiuto essenziale dei computer. Tutto questo è alla base della nostra attività, in quanto consente di contenere notevolmente i costi e quindi di rendere le nostre materie prime competitive sui mercati della Terra.
- Bene Comandante, penso di avere un quadro più chiaro della situazione. Forse è meglio che ora la lasci ai suoi impegni.
- Si, siamo a pochi minuti dall’uscita dall’orbita di Giove, le consiglio di salutarlo. – Sue si stava già bloccando le cinture e Sara la imitò senza indugio.
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John, come già prima, chiamò la fase di spinta e pochi secondi dopo tutti furono premuti contro i loro sedili per un tempo che era parso interminabile a Sara, ma finalmente la vibrazione era terminata e lei si sentì di nuovo staccata dal sedile, trattenuta solo dalle cinghie, intorno a lei si accorse che non c’era più Sue, poi la intravide fluttuare verso la postazione di MaryJohn e poi la perse di vista.
Sara pensò che fosse meglio accasarsi e così si decise a sganciare, prudentemente le cinture e cercare di raggiungere il locale riservato alle sue attrezzature, dove Sue l’aveva accompagnata poco prima e dove erano alloggiate le cabine per l’animazione sospesa. Doveva procedere alla prima verifica di routine dei parametri vitali dei passeggeri affidati alle sue cure e capire cosa offriva quella nave in quanto a attrezzature mediche.
Muoversi in totale assenza di gravità si stava dimostrando una tortura per Sara, si era abituata a lavorare in modernissime astronavi strutturate in modo che, per gran parte del tempo, l’infermeria manteneva un buon gradiente di peso artificiale per chi ci lavorava, offrendo quindi una buona qualità dell’ambiente di lavoro. Ora era chiaro che nei prossimi mesi su quella Bullet Asian non sarebbe stato così e si chiedeva se ci si sarebbe adattata … Billie passò per l’ennesima volta, senza un’apparente ragione,diretta prima in un senso poi in quello opposto, sfiorandola per necessità ad ogni incrocio, mentre Sara controllava i parametri a lato delle capsule di sopravvivenza. L’ambiente era costretto, indubbiamente, ma Sara notava sempre più chiaramente l’espressione triste, per non dire cupa, nel volto del Sergente. Lei tentò un paio di forzati sorrisi, privi di convinzione, in alcuni di quegli incroci. Sara valutò che avesse 24 o 25 anni, un fisico atletico e un viso infantile, fra quei capelli arruffati, che un patetico elastico non tentava più di tenere insieme.
Era l’ultima arrivata, Sara, e gli era chiaro che il comandante stimava Billie, perciò non volle urtarsi con lei, ma le dava fastidio quel via vai sconclusionato e quel suo fissarla, ad ogni passaggio, come in attesa che qualcosa le venisse detto.
Sara si rendeva conto che quel budello di cargo sarebbe stato un tormento da doverci vivere per mesi se la situazione dei rapporti era quella. Per fortuna, al di là dei suoi impegni prefissati, tutti avevano l’aria di essere dotati di costituzione sana e robusta e ciò le dava agio di occuparsi dei suoi studi, per i quali aveva accettato quel lavoro tranquillo e che l’avrebbero portata ad una importante pubblicazione, in grado di darle buone chances per una cattedra; proprio quel lavoro di semi-volontariato avrebbe costituito inoltre un importante vantaggio nelle graduatorie. Anche MaryJohn, aveva saputo da Sue, era lì per un motivo simile: i vantaggi collaterali del servizio civile in regime di semi-volontariato. I suoi pensieri vagavano in queste ed altre direzioni quando Billie finalmente si scusò, prima di passare e Sara nell’alzare gli occhi si accorse anche del perché. Sue stava fulminando con lo sguardo Billie un’altra volta e Sara si trovava in mezzo. Questa volta Sara lanciò un amo:
- Mi scusi Comandante forse mi sono messa in un punto sfortunato, sono di intralcio alle vostre attività abituali?
- No, non sei tu, dove non dovresti essere …
- Billie ... inventario, verifica di tutte le sezioni, verifica della tenuta del carico, verifica delle prime sicurezze, verifica delle seconde sicurezze, stabilire turni con Dana e poi a rapporto da me.
- Subito, Comandante.
Billie scomparve veloce verso la coda del cargo e non ebbi più modo di “incrociarla”. Sue mi guardò a lungo prima che l’espressione dura si sciogliesse in un sorriso affabile e poi …
- Vorrebbe assistere alla sorprese che le ho promesso prima?
- Una sorpresa per me, Sue? - Chiese Sara stupita.
- Per noi tutti, direi, ho idea che tu comunque ti senta particolarmente depressa all’idea di viaggiare per mesi in condizioni come quelle che hai visto fino ad ora, o mi sbaglio? Sue nel dirlo le indicava di avanzare oltre l’ambiente in cui erano verso la sezione successiva.
- Ero già alla disperazione per la verità e consideravo attentamente la fornitura di antidepressivi presenti nella nostra piccola farmacia … - scherzò Sara.
- Eccoci ora vedrai una magia. – Sue si mise a manovrare un piccolo terminale, mentre si divertiva nel vedere la perplessa curiosità di Sara.
Una serie di leve e blocchi furono rimossi, uno sportello venne aperto e poi richiuso, diverse manovre al piccolo computer, vari suoni ed anche una sirena, tutto quel daffare, sorprendeva sempre più Sara e divertiva sempre di più Sue.
- Ora facciamo una prova del sistema, poi lo facciamo rientrare e alla fine potrai servirtene, se riuscirai a superare il panico che attanaglia alcuni.- Nel dire questo Sue era evidentemente in vena di provocare al limite il disagio di Sara.
- Mi spieghi, Comandante, la prova di cosa?
- Questo sistema è antico come questa nave non puoi averlo mai visto in uso nei tuoi viaggi precedenti, però ti potrebbe consentire di fare un viaggio un po’ più comodo. Quello che sto facendo consiste nell’espellere un settore, della sezione della nave in cui siamo, all’esterno tramite un cavo piuttosto lungo, ma solidissimo, nel contempo la parte esterna di questa sezione sta entrando in lenta rotazione portandosi dietro il cavo e la cabina o settore di questa sezione. Tutta l’operazione deve avvenire molto lentamente e va fatta solo quando il nostro Bullet Asian è in volo libero e uniforme come adesso. Quando il nostro settore avrà raggiunto il suo punto finale viaggerà esattamente alla velocità del resto della nave come fosse un blocco solido, ma col vantaggio che nella cabina “al guinzaglio” avremo esattamente la gravità terrestre. Che ne dici Sara? E’ una sorpresa gradevole per te?
- Ma come ci si va là dentro? E poi siamo sicuri di non perderlo per strada quel coso? – Sara non sapeva ancora se fosse una sorpresa gradita.
- E’ per questo che si tratta di una prova, non c’è nessuno là dentro e per salirci, prima bisogna ritirarlo indietro, pressurizzare il condotto aprire le paratie, far salire il o i “passeggeri” e riportare la cabina in posizione. A quel punto chi è dentro può godersi la gravità terrestre con tutti i suoi vantaggi, in termini di una vera palestra fornita di tutti gli attrezzi migliori. Avrai capito che la gravità si crea sulla parte più esterna del settore a causa della rotazione e proprio grazie all’effetto che tiene l’acqua dentro al secchio mentre lo si fa roteare col braccio, ricordi? – Chiese Sue.
- Si, si, ricordo, ma è una cosa spaventosa, Sue, vuoi che io vada lì dentro, solo per poter fare un po’ di ginnastica? – Sara sembrava in una trance immaginifica, popolata di cabine disperse nello spazio con copie di se stessa urlanti di terrore, quando Sue la riportò indietro, tranquillizzandola.
- Non preoccuparti, ci vado io e se mi perdo nello spazio, basterà John a riportarti a casa. Ti senti meglio adesso? Sara? – Sue le aveva messo una mano sulla spalla e la guardava negli occhi ammiccando.
- Non credi ci sia pericolo, è questo che vuoi dire, Sue ?
- Non ce n’è, per niente. Il cavo in tensione è quasi indistruttibile e come sicurezza c’è un secondo cavo pronto a subentrare in caso di necessità. All’interno della cabina esistono gli stessi comandi per poterla far rientrare autonomamente. Inoltre sempre nella cabina, che come avrai capito è la nostra palestra, si trova una tuta di sopravvivenza per escursioni all’esterno, dotata di un sistema di spinta, per coprire distanze notevoli, più di quanto sia necessario, se mai fosse necessario. Non abbiamo in dotazione invece, alcuna cura contro la fifa …
- Non prendermi in giro Sue, io ho sempre vissuto tra quattro solide mura di indistruttibile carbonio e all’idea di stare appesa ad un filo mi ci dovrò abituare, ma col tempo Sue, col tempo.
Sue fece rientrare la “palestra” e non appena scattarono i blocchi, si sentì la pressione penetrare il condotto, si sentirono altri scatti e quindi lo sportello di ingresso si aprì, in quel momento arrivò Dana, che aveva finito il turno e si accomodò nel condotto. A quel punto Sue fece segno a Sara se voleva andare anche lei, ma ricevette un cortese rifiuto. La porta venne chiusa e dal piccolo oblò Sara vide aprirsi il vano dall’altra parte, notando che si trattava di un ampio ambiente, nel quale rapidamente si introdusse Dana, richiudendo e bloccando la porta dal suo lato. Scattarono alcuni meccanismi si sentì un soffio, poi lentamente la palestra al guinzaglio fu rilasciata, Sue si sganciò dalla postazione e mostrò a Sara come comunicare con chi era in palestra, tramite un apposito videotelefono. Poi ognuno tornò al suo lavoro.
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Dopo quei primi episodi, la vita sul Bullet Asian si andò stabilizzando sulla tranquilla routine, ma Sara sentiva un po’ ingombrante la presenza di Sue nelle sue giornate, in un modo diverso, ma ebbe l’impressione che il comportamento di Sue riproponesse lo schema di Billie, nei suoi confronti. Si poteva sbagliare, ma col trascorrere dei giorni, la sensazione era sempre lì. Le attività di bordo in quella fase erano estremamente ridotte, ma Sara trovava utile quel tempo libero per lavorare alle sue bozze ed alla stesura di alcuni capitoli aggiuntivi che aveva in mente. Tutte la altre, a fine turno si alternavano in palestra, anche MaryJohn di quando in quando. Andavano sempre una per volta, ma Sara si era accorta che una volta Billie si era infilata nel tunnel di soppiatto, dopo che Sue era già dentro. Aveva chiuso subito la porticina dietro di sé, ma proprio all’ultimo istante prima che si bloccasse, Sara aveva sentito una smoccolata feroce di Sue contro Billie. Era stato un episodio e Sara non ci ricamò sopra più di tanto; in realtà era più preoccupata di trovarsi spesso Sue al suo fianco mentre lavorava. Sara non voleva essere scortese con il suo Comandante, anche se ci teneva ad avere quel poco di privacy nel tempo libero, ma, nel riflettere più attentamente su quella situazione, cominciò ad avere un sospetto vago e volle perdere un po’ di tempo “sul campo”, come tante volte aveva già fatto nei suoi viaggi precedenti e come per esperienza sapeva fare.
Sue era in procinto di chiudersi nel condotto della palestra, quando vide arrivare Sara in tenuta sportiva e chiederle se potevano andare insieme, essendo la sua prima volta, avere compagnia sarebbe stato un conforto.
- Mi fa piacere che ti sia decisa a tentare questa nuova esperienza è una paura ingiustificata la tua, la nostra vita è fatta di questo tipo di rischi, ma fra tutti quelli che corriamo quotidianamente questo è il minore e per contrasto quello che da più soddisfazione. - Sue sembrava dire queste cose con la voce ed altre, totalmente diverse, con lo sguardo, esplorando Sara, minuziosamente.
- Io ne sono assolutamente convinta, Sue. Grazie per l’incoraggiamento. - Sara a sua volta diceva queste cose e percepiva lo sguardo di Sue, distintamente su di sé, anche senza guardarla.
Sue esegui tutte le necessarie manovre, questa volta dall’interno della palestra, poi avvisò John che si trovava lì in caso di necessità, ma senza accennare a Sara, quindi, con una manovra veloce e curiosa, disattivò la comunicazione e si mise distrattamente a pedalare sulla ciclette. Sara stava notando tutto questo trafficare, ma nel mentre però non riusciva a capire se poteva stare in piedi e da che parte …
- Sue, mentre si fa ginnastica … possiamo dirci qualcosa di personale come due vecchie amiche?
- Non so tu, ma io non sono vecchia! E l’allusione mi offende.
- Ok, visto che ci scherzi su, lo prendo come un affermativo. Di passaggio, credo di non avere la più pallida idea della tua età, io ne compio 34 a fine viaggio.
- Ti farò un regalo al nostro arrivo. Io ne ho 45 e vado per i 46, ma ho il fisico di una ventenne non credi? E‘ il tuo Comandante che te lo chiede …
- Si lo credo, lo credo davvero, ti vedo per la prima volta senza tuta e sono davvero impressionata, spero di poter essere così anch’io fra dieci anni …
- Tant’è, hai dovuto sottolinearlo, piccola vipera!
- Sei una donna splendida Sue, lo dico con invidia, l’età che ho io non fa alcuna differenza, ma la tua esperienza e la responsabilità di un comando sì.
- Sei gentile Sara, so che credi a quel che dici e mi fa piacere sentitelo dire. In quanto a fisico neanche tu scherzi, non l’avevo notato con la tuta di servizio …
- Io credo di sì Sue, mi sembra che a te non sfuggano queste cose, mi sembra che a te non sfugga niente.
- Sento che vuoi dirmi qualcosa …
- Per ora ti vorrei chiedere qualcosa, se mi permetti, è un caso che questo cargo abbia solo personale femminile?
- No. Io sono uno dei pochi comandanti a poter scegliere chi portare con me, godo di una reputazione importante e inoltre temono di perdermi, perché potrei comandare qualsiasi cosa volessi; ma per certi versi, ho già dato e ora ho scelto una mia strada, laddove comando io e chi sta sopra di me, si adegua.
- Tu hai scelto anche nel mio caso, o sbaglio?
- Non sbagli. Cosa vuoi sapere? – Sue continuava a pedalare lentamente, ma con costanza e non guardava Sara nel rispondere, mai …
- Perché mi hai voluto a bordo, non sapendo nulla di me?
- Beh, innanzitutto il tuo curriculum, che si illustra da solo e questo è un aspetto fondamentale, ma certo per noi non è una necessità una qualifica così elevata. Avendone l’occasione ho pensato che poteva essere interessante, non lo trovi logico? – Sue, sembrava assorta, inseguendo vari filoni di pensieri.
- Più che esauriente, Sue. Posso anche cambiare argomento se vuoi?
- No … perché? Chiedi pure, non è una risposta che ti convince la mia, Sara?
- Sono sicura che è una parte vera dei tuoi motivi, ma ho il dubbio che tu sappia valutare le situazioni sotto molti risvolti e che tu l’abbia fatto nel mio caso.
- Sei una ragazza estremamente intelligente, Sara. Non mi ero sbagliata. Estremamente intelligente e sofisticata nel modo di esprimerti, hai classe e tatto e …
- E cosa? Sue …
- E … anche sei molto attraente per me, Sara …
- Aah …
- Scusami, Sara, mi hai colto con le mani nella marmellata e io mi sento come un monellaccio, senza vie di fuga.
- Non sono qui per, scoprire nulla, ho solo voluto capire come stavano le cose veramente, almeno per quel che mi riguarda, visto che comunque di dubbi me ne sono rimasti ancora diversi.
- Dubbi su cosa, Sara?
- Non sono affari miei a questo punto, tu hai la tua vita e le tue scelte, io preferisco conoscere le situazioni, prima di incappare in inutili gaffes o peggio.
- Vuoi sapere se ho una fidanzata a bordo, prima di accettare le mie avances?
- Tra le altre cose, ma non che questo possa aprire la strada a qualcosa per il momento.
- Sono, in un modo o nell’altro tutte mie “ex”, esclusa John, Lei è la mia amica d’infanzia, di una vita, è una donna sposata, con una famiglia ed una vita distinta dalla mia, Lei sa tutto di me e mi disapprova, ciononostante mi ama, da sempre, incondizionatamente e senza ambiguità. E tu? Disapprovi?
- Io non sono nessuno per disapprovare o approvare. Ma potrò dire la mia il giorno in cui mi trovassi coinvolta.
- E lo sarai?
- Cosa?
- Coinvolta …
- Non lo so.
- Questo è un inizio promettente, Sara …
- Sicura di voler correre questo rischio, Sue?
- Vuoi dire che lo sto correndo, con te?
- Io non so nulla di traiettorie nello spazio, Sara, ma so qualcosa sulla natura umana, qualcosa che non posso dimenticare, quando mi tolgo il camice, qualcosa che forse tu non vorresti scoprire e che finora le tue avventure non ti hanno rivelato.
- Devo pensare che ho qualche disturbo, che il mio comportamento è un caso contemplato fra quelli che hai studiato sui tuoi libri o incontrato nel tuo campo?
- Non necessariamente questo, mi riferisco a quello che vuoi o non vuoi conoscere di te stessa e che può emergere inaspettatamente.
- Sembra che tu sappia molto di me, è così, Sara?
- Ti ripeto che non voglio scoprire nulla e che quello che so è vero per tutti, con vari gradi, questo sì, ma io conosco i pozzi gravitazionali della mente come tu conosci quelli del cosmo …
- Bella metafora Sara, segno che hai capito la mia lezioncina, un giorno io ascolterò la tua. Ma ora è meglio rientrare.
- Si, Comandante.
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I giorni trascorrevano in fotocopia e solo qualche vago segnale, di quando in quando, risvegliava la curiosità di Sara. Sue non aveva insistito dopo l’episodio in palestra ed aveva anche smesso di farsi notare da Sara, quanto a Billie, se ne rimaneva lontano da tutti se poteva, giostrandosi i turni con Dana.
Sebbene Sue non fosse più invadente come prima con Sara, le volte che si incrociavano, Sue era come in attesa che qualcosa venisse detto, ma poteva anche essere solo un’impressione.
Sara iniziava a rendersi conto di quanto quel viaggio sarebbe stato lungo, non erano passate che un paio di settimane e le sembrava un’eternità. Assorta in questi ed altri pensieri, aveva appena notato che Billie e Sue erano entrate insieme nella palestra, senza dare troppa importanza alla cosa.
Quando, dopo un tempo insolitamente breve la palestra rientrò e Sara vide uscire le due donne, non si rese conto subito della situazione, ma Sue la chiamò e le chiese di visitare Billie, Sara trasalì, ma era il suo lavoro e si apprestò a farlo. Quando sollevò il viso di Billie, per osservarne gli occhi, rimase si sasso. Billie aveva un occhio pesto e non riusciva a raddrizzarsi. Sara guardò interdetta verso Sue e si aspettava una spiegazione e ribadì la richiesta con sguardo insistito, ma Sue, per tutta risposta, si girò ordinandole di visitare il Sergente.
Billie, a parte l’occhio nero, aveva solo qualche contusione e probabilmente un forte colpo aveva indolenzito una costola, che però non appariva danneggiata. Sara mise una pomata sull’occhio e un'altra sul fianco, diede un blando antidolorifico e rispedì Billie nella sua cuccetta, con l’ordine di saltare un turno. Poi andò da Sue.
Sue fece finta per un pezzo di non vederla, girandosi in tutti i modi e Sara fu paziente, ma alla fine disse qualcosa.
- Signora, Comandante! L’ufficiale medico a rapporto.
- Sara … lasciami stare, ti prego. Non adesso, non adesso …
- Sarò al mio tavolo. Vorrei fare un po’ di palestra con Lei Comandante, più tardi, con Suo comodo …
Sara se ne andò, senza molta convinzione e piuttosto delusa, ma sentì la voce di Sue da lontano …
- Ci sarò … Capitano! Mi dia solo qualche minuto, prego.
Sara si sentì appena un po’ sollevata e nel passaggio notò Dana che sembrava essere stata in ascolto e tentava di non farsi notare. Si rese conto di quanto quelle persone fossero efficienti, dal momento della partenza non c’era stato alcun intoppo, nessuna difficoltà nei turni, nessuna complicazione che avesse richiesto l’intervento speciale del Comandante. Ognuna di loro era completamente autonoma nel proprio lavoro e persino nel sostituire le altre, al cambio di turno. Era un ambiente insolitamente privo di conflittualità: poteva trattarsi di affiatamento, ma se lo era, rasentava la perfezione ... Troppo, mai visto un ambiente privo di conflitti a quel livello e quello che era successo in palestra non faceva testo, perché era successo fuori dal turno lavorativo: se Sara non avesse sospeso Billie, Lei sarebbe tornata subito al lavoro ed in tal senso, aveva anche insistito con Sara.
- Sei pronta dottore? - Sue era spuntata alle spalle di Sara e sembrava di un altro umore.
- Si, Comandante, possiamo andare. – Ancora una volta, Sara incrociò lo sguardo furtivo di Dana.
Terminate le procedure di rito, per sganciare la "palestra", le due donne si sedettero sul “pavimento” in attesa che il “guinzaglio” fuoriuscisse del tutto e la gravità si stabilizzasse nel locale.
- Lo sapevi che in passato questo sistema al guinzaglio aveva una doppia funzione, non ricordo se te ne ho parlato. - Esordì Sue.
- No, non mi pare, ma con tutte le cose che ho imparato in questo ultimo periodo, qualcosa può essermi sfuggito. Dimmi quale era la funzione in oggetto?
- Questo cavo, che ci tiene, è un conduttore elettrico quasi perfetto e, muovendosi costantemente nel cosmo, esso intercetta vari campi elettromagnetici che possono essere presenti in forma più o meno accentuata a seconda dei punti, ma in generale, si può dire che se un conduttore si muove intercettando un campo magnetico, questo movimento si traduce in una correte elettrica all'interno del cavo stesso. E’ lo stesso principio dei generatori terrestri, applicato in grande. Quindi quando questa nave viaggia in questa configurazione, noi possiamo raccogliere energia elettrica, un po’ come un contadino raccoglie il grano … In realtà non lo facciamo, con i consumi che abbiamo, non ci cambierebbe molto, ma in passato veniva ritenuto utile non tralasciare nulla, sotto l’aspetto energetico. Oggi questi sistemi sono in disuso e solo su un mezzo vecchio come questo si può osservare un reperto simile. Io ho una piccola passione per la storia della scienza e per questo che forse do l’impressione di entusiasmarmi sul nulla.
La gravità nel frattempo si era stabilizzata e le due donne erano in piedi. Sue aveva, parlando, iniziato ad avvicinare Sara e la portava lentamente verso la parete del locale. Gli occhi non avevano smesso di osservarla in modo tanto equivoco, quanto inequivocabile e Sara si ritrovò bloccata, le braccia di Sue ai lati delle sue, il corpo imponente a sfiorare il proprio e la sua statura portava proprio sotto i suoi occhi in seno ben raccolto dalla canottiera elastica, ma visibile in tutta la sua bellezza e mosso da un respiro lento e regolare. Sara volle distogliere gli occhi da quel seno perentorio e li sollevò, incrociando così quelli di Sue … sentì come una lama entrarle in testa e non poteva distogliere lo sguardo, anzi non credeva di volerlo e non c’erano più pensieri, in un attimo. La distanza fra i loro visi era quasi inesistente e continuava a diminuire, ma non sentiva ancora il contatto. Sara voleva pensare a tutti i costi: era venuta lì per pensare e parlare con Sue, ma non poteva più … sentiva il respiro caldo di entrambe e non riusciva a distinguerli, sentiva che il suo viso si arrossava per quel calore concentrato sui loro volti e percepiva che erano tutt’e due immobili, intente solo a respirare insieme, all’unisono. Gi sguardi erano ancora incollati fra loro, quando Sara intravide dal basso un leggero riflesso perlato … era il sudore sul labbro superiore di Sue che interrupe il contatto visivo con Lei. Sara ebbe in quella frazione di secondo il tempo per ritrovare il filo dei suoi pensieri, ma ora voleva vivere più a lungo quel momento e tentò di non resistere e disperatamente di tornare a perdersi negli occhi profondi di Sue. Quei pensieri maledetti, non volevano andarsene, ma Sara tentò ancora di scacciarli … Sue era nella sua testa ed ora voleva darle ciò che le era stato chiesto, completamente. Ancora un riflesso, sul labbro di Sue alcune piccole gocce si erano riunite e, formandone una più grande, avevano tracciato un piccolo rivolo, che inumidiva le sue labbra. Sara volle fortemente baciare quelle labbra, ma aveva intanto perso il contatto con gli occhi di lei e Sue, improvvisamente, era già lontana, lontana dal suo corpo, impossibile da raggiungere, di nuovo inafferrabile. Sara tornò in sé in un baleno, terrorizzata dal suo stato d’animo disperso, dalla valanga dei suoi pensieri arretrati e tentò di nascondere il viso per timore di avere le lacrime agli occhi. Ora bisognava riprendere il controllo di sé, non c’era altro da fare, era troppo tardi ormai … il più bel momento della sua vita era svanito nel nulla, mentre lei tentava disperatamente di afferrarlo e …
- Mi vergogno di quello che ho fatto Sara, tu meriti il mio rispetto ed io invece ho cercato di importi la mia volontà, come sono abituata a fare da sempre. Potrai perdonarmi?
Sara temette di sentire se stessa dire quello che veramente desiderava e sperò di riuscire a dirlo con tutte le forze e questo tempo durò un’eternità, interrotto solo dalla voce di Sue che supplicava:
- Non vuoi proprio parlarmi, allora?
Sara non era ancora pronta, non era ancora il Capitano Medico che, poco prima, si era appartato col Comandante per dirgliene quattro, a seguito di un increscioso incidente, no. Sara era un pulcino bagnato, dalle gambe tremanti, con davanti un gigante, che l’aveva fatta sentire più donna che mai, più di chiunque mai, prima … Ma Sara non era quel pulcino bagnato e dentro di sé pensò a Billie prima di rispondere a Sue.
- Io non so nulla di rotte interplanetarie, ma so qualcosa degli esseri umani e posso dirti che, anche con loro, prima di agire e di parlare occorre, per un Medico e uno Psichiatra, tracciare una rotta, una direzione di cui si possa prevedere l’esito finale. Ecco perché sto pesando le parole, Sue; ecco perché ti chiedo: dimmi cosa è successo con Billie, quello che è veramente successo!
Sue si rese conto di avere di fronte uno spirito come il proprio, deciso ad andare fino in fondo, ma volle giocarsi, ancora una volta, la carta dell’indifferenza:
- Si è presa una cotta per me ed io l’ho scaricata, non l’ha voluta capire, una volta, due volte, tre volte, poi, visto che non c'era verso con le buone, l’ho pestata per bene … Che vuoi, io ho la mia vita e i patti erano chiari fin dal primo giorno: niente coinvolgimenti, niente legami. Quello che viene, viene, poi ognuno per la sua strada.
- E’ questo quello che hai detto anche alle altre, sempre? Sue?
- Si, sempre, tutte lo sanno. Ma in questo gioco, ti ho già detto, John non è mai entrata, anzi Lei disapprova … si te l’ho già detto, MaryJohn disapprova.
- Non ti pesa che disapprovi, vero Sue? Ti pesa che non l’hai mai avuta, vero, come adesso me, sarò anch’io come John d’ora in poi?
- Che vuoi sapere Sara … che vuoi saperne tu?
- Dimmi che mi sbaglio Sue, dimmelo!
- A che serve? Se vuoi avere ragione puoi averla … Capitano!
- Io voglio sapere di Billie, tutto qui, non giudico la tua vita, solo quello che stai facendo a Billie.
- E che sarà mai? Qualche sberla e un paio di cazzotti, chi di noi non li ha presi?
- Ora mi deludi Sue, credi che sarei qui, se fosse quello il problema?
- Ora non ti seguo più, Dottore!
- Billie ti ama, non è così?
- Certo che è così, ma le è stato detto che non può, che non sono disponibile. E’ un adulto vaccinato ed è stato diffidato per tempo. Dannazione è ora che cresca e si vada a trovare marito!
- Stai recitando per me o per te stessa, Sue?
- Mi stai diventando un po’ troppo criptica, Dottore, continuo a perder il filo del discorso.
- Forse invece che ripetere Dottore, dovresti pensare che io sono un Dottore e che ho un paziente in cura che tu, Signora Comandante, mi hai affidato …
- E allora, che gli avrò mai fatto, che tu non possa guarire?
- Io ho intenzione di guarirla, ma non dagli acciacchi, da quelli guarirà per conto suo, bensì dalla causa che ha portato a quegli acciacchi e posso guarirla solo se ti decidi a collaborare e solo se anche tu vuoi che quella donna smetta di soffrire.
- Dimmi cosa posso fare. A Billie voglio più bene io e da più tempo di quanto possa mai fare tu.
- Ora ci siamo, questa tua affermazione mi conforta. Se lo conosci Sue, vorrei qualche dettaglio della vita di Billie.
- Billie è orfana, è stata trovata dal mio gruppo in missione di perlustrazione dopo una catastrofe naturale in una delle nostre colonie. Era sperduta e sola, tutta avvolta in una pelliccia e lo spagnolo che la trovò, la battezzo Conejo (coniglio). Non c’era nessuno che se ne potesse occupare e comunque saremmo rimasti lontano dalle zone abitate lunghi mesi ancora, così divenne la nostra mascotte e tutti facemmo a gara per tirarla su nel miglior modo possibile. Molti fra noi erano single e la consideravano come la figlia mai avuta e chi invece aveva famiglia la vedeva come una immagine di ciò che aveva lasciato lontano. Poi al ritorno fu adottata sempre nell’ambito del reggimento, prese nome e cognome di alcuni caduti del gruppo e visse a lungo in contatto continuo con noi imparando tutti i nostri mestieri, prima ancora di iniziare gli studi. Infine, quando fu iscritta all’accademia, la perdemmo di vista, per circa 10 anni, non avemmo occasione di rivederci, poi seppi che aveva preso un imbarco, per fare esperienza e molte volte ci incrociammo su rotte interplanetarie finché Lei riuscì a farsi proporre per un mio equipaggio e io l’accettai …
- E la storia fra voi?
- Billie pensava, nella sua testolina, di scoprire chi era il mio uomo, chissà per quale sua fissa, e invece un bel giorno mi vide in una doccia insieme ad una donna e credo sia rimasta lì a guardare per tutto il tempo, senza che io me ne accorgessi … Poi qualche tempo dopo si presentò nella mia cabina e cominciò a spogliarsi …
- E tu non potevi resisterle vero? - Fece Sara, sarcasticamente.
- Ci ho provato, Sara, credimi, ci ho provato; ma guardala bene ... Ti sembra che si possa resisterle? Se Lei vuole … non hai via di scampo!
- Forse è vero Sue, forse io non vedo le cose dalla tua prospettiva, ma quali erano i rapporti fra voi, quando Billie era piccola?
- Non starai insinuando quello che temo?
- C’è forse qualcosa che non puoi dirmi?
- Ti odio quando fai così e questo ti rende ancora più appetibile, lo sai Sara?
- Non divagare, Sue, stavi andando bene, lasciami perdere per un attimo e concentrati su Billie.
- Sono forse una puttana, ma non mi sognerei mai quello che pensi tu. Billie era veramente come la figlia che sapevo non avrei avuto mai ed era così per tutti quanti, neanche volendo qualcuno avrebbe potuto farle del male: gli altri l’avrebbero ammazzato. Sei sulla strada sbagliata Dottore …
- Io percorro un sentiero ed osservo attentamente tutti gli incroci per scegliere la strada migliore al mio scopo, se questo ti urta …
- No, no! Vai avanti Dottore. Mi piace come lavori.
- Parlami di te adesso Sue, della tua infanzia, solo l’essenziale.
- Padre colonnello dell’aviazione, madre dirigente in un’azienda di tecnologie spaziali, quattro fratelli maschi, io la quinta e la più piccola del lotto. Seguita carriera paterna appena possibile ed in men che no si dica eccomi qui …
- I fratelli ti mettevano in mezzo?
- Scherzi, li mettevo io tutti quanti in mezzo e finivano sempre per darmela vinta e sono tutti in carriera adesso. Qual’e la diagnosi dunque?
- Tu sei in ottima salute, Sue, ma Billie no ed avresti dovuto notarlo anche tu.
- E’ infelice perché non gliela do vinta. E’ ancora la bambina viziata dei tempi andati, deve solo crescere.
- Sue, ti sei presa solo un passaggio con Billie o pensi di aver provato qualcosa per Lei?
- Ho avuto molti momenti meravigliosi con Billie, senza saperlo mi ha tirato fuori da voragini immense in più di una occasione. In realtà, quella con Billie è stata la storia più duratura fra quelle che ho avute … Si, pensandoci bene, è stata una lunga ed intensa esperienza …
- E cosa è successo per provi fine?
- Niente. Assolutamente niente. Ho solo deciso che volevo altro e che Billie doveva farsi la sua strada e non dipendere più da me. Questo è.
- Tu hai superato tutte la tue voragini, Sue?
- Credo, erano momenti così … tanto imprevedibili a venire quanto a scomparire, ma credo che siano alle mie spalle, ormai.
- Sue, tu pensi che Billie sia una ragazzina e che i suoi problemi siano cose da poco?
- La mia esperienza mi dice questo.
- Ma se invece Billie fosse la donna che , secondo me è, a tutti gli effetti, e quello che la fa star male fosse una sua tipologia di “voragine”, diversa dalle tue, ma simile come sofferenza … Non credi che, per quello che Lei ha fatto per te, oggi tu dovresti essere l’aiuto che a suo tempo fu Lei per te? Non senti che questa è una scelta da fare, invece che un peso da scrollarti di dosso.
- Vuoi che mi faccia carico della sua vita adulta, dopo essermi fatta carico della sua infanzia, intendi questo? Vuoi che abbia rimorsi e che viva di quelli?
- Non è consigliabile, questo. Ma qualcosa le devi, o pensi di aver il bilancio in pareggio?
- Forse ho avuto più di quello che ho dato, ma si sa che in queste faccende va in questo modo, non c’è il bilancino adatto …
- E tu non corri mai il rischio di andare a credito, vero?
- No. Non fino ad ora. Ma tu vuoi che paghi il mio debito arretrato, a saldo con Billie, vero?
- Io? E perché mai?
- Dimmi di più … Dottore. Dimmi qualcosa di più.
- Comandante, io non discuto il tuo punto di vista su Billie, forse hai ragione e Lei è rimasta bambina e fa capricci quando non può avere ciò che vuole …
- Maaaaa?
- Considera un punto di vista, alternativo …
- Eeeeeee?
- Diciamo che Lei ti ami e pensi e accetti di farsi donna, ma senza perderti, magari non subito e se non fosse così ci sarebbe sempre tempo per pestarla di nuovo … Forse anche tu l’ami e temi a tua volta di essere troppo egoista e invece quello che volete entrambe è la stessa cosa? Forse …
- Come posso sciogliere il dubbio?
- Non puoi, devi vivere e rischiare, come fai sempre, nel tuo lavoro. Prova a scegliere con lo stesso istinto anche in questa storia.
- Mi hai confuso definitivamente le idee, lo sai Dottore?
- E’ perfettamente naturale.
- Dici? Ma cosa farò, per rimediare con Billie …
- E chi ti dice che non sia Lei a sorprenderti? E chi dice che debba sempre essere tu a menare le danze, quanto tempo è passato da che qualcuno ti ha messa all’angolo?
- Dannato Dottore, ne sai una più del Diavolo. Ma che cosa è successo prima? Non ho avuto mai speranze con te, Sara?
- Tu sei una gran donna Sue, anch’io ho imparato la mia lezione per oggi!
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Mesi più tardi, il cargo approdò all’orbita terrestre e tutti furono molto indaffarati con le operazioni di trasbordo. Il Capitano Sara Colletti si congedò, per affrontare la sua nuova carriera universitaria ed i componenti dell’equipaggio la salutarono commossi, Lei non ebbe più occasione di rivederli, ma rivide quello sguardo, mentre era chiusa in un angolo, immobilizzata, lo rivide tante volte e sperò di riviverlo ancora … e spera di riviverlo … ancora …
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Abstract:
Un cargo sta compiendo il suo viaggio di ritorno verso la Terra, proveniente da ”Io”, la luna di Giove, dove sono permanentemente al lavoro le strutture estrattive delle più diverse risorse minerarie. I “trasporti” sono un complesso sistema di navette, in continuo movimento all’interno del sistema solare, in grado di portare le materie prime alla loro meta finale, la Terra, in severo regime di economia di mercato: costi ridotti al minimo, personale sfruttato al massimo, vita stressante per chi la “sceglie”, esseri umani portati al limite … Noi seguiremo un breve momento di questo interminabile ciclo, per cogliere qualcosa che non appare nei giornali di bordo di quella missione, che alla fine del viaggio nessuno forse ricorderà, alle prese con le complesse operazioni di scarico. Quello delle materie prime non è sempre l’unico genere di “trasporti” …
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"Trasporti"
Sue Ann Pleeskyn, comandante del cargo Bullet Asian Space Agency Inc., era alla sua postazione di controllo quando il Capitano Sara Colletti si presentò a rapporto. Stette sull’”attenti”, fluttuando in assenza di peso, per un pezzo a sentire il Comandante distribuire ordini e comunicazioni varie di servizio e chissà quanto ancora sarebbe rimasta lì a chiappe strette, appesa all’apposita maniglia, con una mano sola, se l’oscillazione libera del suo corpo non avesse portato i suoi piedi nel campo visivo del suo superiore.
- Accidenti! Che succede …. Che sta facendo …. Capitano?
- Scusi Signore, Capitano Colletti a rapporto Signore, agli ordini.
- La smetta di oscillarmi sul naso, dannazione! Si rimetta in assetto stazionario …
- Signorsì, Signore!
- Se continua a sibilare in questo modo mi consuma tutto l’ossigeno prima ancora della partenza, cerchi di rilassarsi, prenda a respirare normalmente, faccia mente locale e si accorgerà anche che sono una signora. Mi chiamo Sue Ann, ma può chiamarmi Sue oppure Comandante, evitiamo tutto il resto della toponomastica, vuole ?
- Certo Signora … eehm … Comandante … voglio dire, Sue.
- Ok, siamo rilassati? Possiamo procedere …
- Sono il Capitano Colletti; sarei onorata se vorrà chiamarmi Sara, a sua discrezione.
- Bene, Capitano … eehm … Sara … Siamo relegati su questa vecchia cosmonave e ci resteremo per lungo tempo, le formalità lasciamole per le occasioni ufficiali, ma si ricordi che quando si accende il segnale di allarme rosso, la gerarchia militare è di nuovo all’ordine del giorno, chiaro?
- Si, Comandante.
- Le do il benvenuto a bordo della Bullet Asian, appena possibile le farò conoscere il resto del personale. Quella che vede laggiù è la Sergente Maggiore Billie “Conejo” Bastedo, unico sottufficiale a bordo e responsabile tecnico su questo mezzo, per quanto riguarda il nostro carico. Gli altri sono tutti ufficiali e responsabili rispettivamente delle attrezzature di bordo e della rotta in abbinamento ai computer di bordo. Lei ovviamente ufficiale Medico ed in fine la sottoscritta. Vi sono anche altri ufficiali, in animazione sospesa, sotto la sua responsabilità sanitaria e in lista di trasferimento sulla Terra che, all’occasione, possono essere risvegliati e messi sotto il mio comando, ma dubito che questa circostanza possa mai presentarsi, quindi suo compito sarà monitorare i loro parametri vitali nell’arco del nostro viaggio.
- Senz’altro, Comandante.
- Oh, avrai capito che qui siamo tutti, a parte Billie, pari grado ed io considero Billie comunque sullo stesso piano degli altri, quindi tutti possono fare tutto e nessuno ha privilegi di sorta, tranne …
- …
- Dica, Capitano, tranne?
- Tranne … eehm … tranne … Ah! Tranne quando si accende il segnale di allarme rosso, Signore!
- Bene, Sara. Lo prendi un caffè, col tuo nuovo Comandante?
- Ssssssissssignore, Ssssue …
- Mi piace un po’ di spirito, in mancanza d’alcol, Sara. Ma se lo fai di nuovo ti fulmino …
- Ok, Sue.
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Dall’interfono arrivò l’avviso di portarsi ognuno in posizione di lancio, proprio mentre Sara terminava l’ultimo sorso del suo caffè, e Sue le fece capire con un cenno del capo di sedersi al suo fianco e allacciarsi le cinture.
- Chi c’è ai comandi? – Chiese Sara con un vago disagio.
- L’ufficiale ingegnere di rotta. – Rispose Sue indifferente. Poi si rese conto del dubbio di Sara e concluse dicendo che per loro era un manovra di assoluta routine, sostanzialmente in mano al computer di bordo e sotto la supervisione dell’ufficiale addetto, John.
- John è l’ufficiale di rotta di cui mi ha parlato, immagino … - disse Sara.
- Si, è la più anziana fra noi, ma siamo quasi coetanee ... – Sue sembrava dirlo più a se stessa che a Sara.
- Ma l’ha chiamata John o Joan?
- No, no … hai capito bene, il suo nome è Mary John, ma io l’ho sempre chiamata John, per una vecchia storia tra di noi …
Sue era sempre più assorta e sembrò quasi scomparire agli occhi di Sara, perché, proprio in quel momento, una vibrazione crescente stava trasformando ogni cosa a bordo in una nebbia luminosa, poi una pressione improvvisa contro il sedile, che durò solo qualche istante …
- Siamo in rotta verso Giove, ora puoi sganciarti, ma attenzione perché saremo in presenza di una leggera gravità artificiale per tutta la durata della nostra semi-orbita gioviana ….
- Mi scusi Comandante, ma non la seguo, non siamo diretti sulla Terra … - azzardò Sara timidamente.
- Ah, già, suppongo che tu non conosca le nostre procedure. Dammi qualche minuto per portare a termine alcuni controlli, poi ti spiegherò come funziona. Avremo un po’ di pausa prima del passaggio critico successivo, scusami ora …. – Sue era totalmente assorta con lo sguardo sulle procedure presenti sul terminale e non sembrava più accorgersi della presenza di Sara.
Sara era in soggezione al punto che non osò sganciarsi dal sedile e se ne stette in silenzio a guardarsi in giro e, di quando in quando, tentava di cogliere il significato dei veloci gesti del comandante.
Sue comunicò un paio di volte con l’ufficiale di rotta, e ricevette rapporti sia da Billie, che da una certa Dana, probabilmente l’ufficiale tecnico di cui le era stato detto poco prima. Sara si rese conto che l’equipaggio era formato, nomi a parte, di sole donne e la cosa non la stupì più di tanto, lì per lì, anche se non ne vedeva nemmeno la ragione, per quanto le era capitato nelle sue esperienze precedenti, in cui gli equipaggi misti erano la regola.
Sara si stava agitando per quella posizione forzata, ma non intendeva esprimere alcun dissenso; fu Sue a rivolgerle la parola, cogliendola di sorpresa.
- Sei a disagio, si vede, ma non serve che te ne stai lì come un salame coi vermi, ti ho detto che puoi slacciarti, ma con cautela perché la gravità relativa ti impedirà di fluttuare liberamente, spingendoti contro lo scafo. Muoviti lentamente finché non ti sentirai consapevole della tua posizione statica. - Disse Sue, con un sorriso di comprensione e ritornando subito a concentrarsi sul lavoro.
- Grazie Comandante. Vedrò di esplorare i dintorni, cautamente, senza interferire con te …
Sara si alzò lentamente, appoggiandosi al sedile e si accorse subito della differenza, ma fu sorpresa dal fatto che la poca gravità, che effettivamente percepiva, la stava facendo precipitare, piano, piano con la testa verso la parete opposta. Fu sorpresa altresì di non riuscire ad afferrare alcunché strada facendo, impossibilitata com’era a fluttuare liberamente in quel frangente. Mentre volava dritta verso il “pavimento”, si sentì afferrare la caviglia in modo deciso, proprio quando la sua faccia stava per andare a sbattere contro qualcosa, nascosto dalla sua mano stesa a protezione del volto, era la presa di Sue che l’aveva afferrata, mentre si teneva saldamente al sedile con l’altra mano.
- Meno male che te l’avevo detto …. – Scherzò Sue.
- Mi sento impedita, accidenti! Che strano effetto, mai capitato prima. – Disse Sara imbarazzata.
- E’ tipico di questa traiettoria, considera di essere sulle giostre! Abbiamo una spinta controllata che agisce sullo scafo in tre direzioni, la risultante agisce sui corpi liberi all’interno dello scafo, non è facile adattarsi rapidamente e capire come muoversi. - Sue sembrava tranquilla e, nel dire questo, l’aiutò a raggiungere uno dei corrimano presenti nell’ambiente.
Sara si aspettava un rimprovero, ma il sorriso di Sue le fece capire che non c’erano più attività impellenti che poteva aver interrotto con le sue acrobazie.
- Vieni con me, ti porto in giro a trovare gli altri. Billie la conosci già, Lei controlla il carico in ogni fase del tragitto, perché ciascuna materia prima reagisce in modo diverso alle sollecitazioni del volo e poi si occupa di una quantità di altre procedure, anche in vista delle fasi di consegna che possono anche avvenire in modalità diverse ed alquanto complesse. Billie ti presento il nuovo ufficiale medico, Sara, è un privilegio averla qui con noi. Per lei, si tratta di un lavoro semi-volontario e temporaneo; è una Medico Psichiatra altamente specializzata che, come altri di noi, approfitta di questo lavoro per i vantaggi collaterali che offre. - Sue aveva parlato a Billie cercando di nascondere, l’espressione del volto, tutt’altro che sorridente, ma Sara, pivotando involontariamente sui suoi incerti appoggi, aveva notato lo sguardo duro che il Comandante, insistentemente, mentre si allontanava, aveva rivolto al Sergente.
- Sono felice di conoscerti Billie, spero potremo parlare presto un po’ insieme. – Sara lo disse tendendo una mano che andò dritta per la sua strada, mentre ancora una volta perdeva l’equilibrio, con grande imbarazzo, ma ciò non le impedì di notare l’espressione cupa del Sergente; poteva benissimo essere stato un contrasto di lavoro, si disse.
- Sara! Muoviti piano e sempre con almeno due appoggi sicuri. Altrimenti ti dovrò dare un scorta. Dana ti presento l’ufficiale medico, Capitano Sara Colletti. – Sue era tornata sorridente nell’introdurla al tecnico del gruppo.
Il loro tour lungo gli ambienti, stretti e affollati da ogni genere di attrezzatura, sempre solidamente assicurate alle pareti a volte in più strati, continuava e Sue disse, scherzando, che era dispiaciuta di non poterle offrire molte comodità, ma che più tardi nel corso del viaggio ci sarebbe stata una gradita sorpresa, sperava.
Arrivati nel punto più estremo del lungo scafo, Sue si rivolse a Sara dicendo che erano arrivati nel nido dell’ingegnere di rotta, zona normalmente interdetta a tutti, a meno di specifico ordine in deroga, nel dirlo l’aveva squadrata in attesa di un “roger”, che arrivò con un certo ritardo, da una Sara sovrappensiero.
- John, scusa l’interruzione, c’è qui il nuovo ufficiale medico, voglio presentarvi, hai un secondo? – Sue aveva appoggiato una mano sulla spalla della donna, mentre si assicurava al secondo sedile presente nel piccolo ambiente pieno di monitor e terminali.
John aveva continuato per qualche secondo il suo lavoro, ma Sara notò, forse maliziosamente, quel gesto naturale e la reazione neutra, altrettanto naturale, che l’aveva seguita.
A Sara sembrò una lunga attesa silenziosa, quella che era intercorsa prima di una qualsiasi reazione dell’ufficiale in seconda.
- Eccomi, piacere sono Mary … MaryJohn Atwater. Ho sentito le altre presentazioni sull’interfono, perciò mi sembra già di conoscerti da tempo, Sara.
- Ah, mi lasci senza parole … comunque, grazie, altrettanto. Bell’ambientino davvero questo, lo credo che tu ci tenga a mantenere tutti lontano da qui …
- Scusa la mia aggressività, Sara. Non fraintendere, le limitazioni sono da intendersi in relazione alle fasi critiche di volo ed alla delicatezza delle attrezzature, nemmeno Sue è benvenuta qui e per le stesse ragioni, di solito svolge il suo lavoro dove l’hai incontrata. Se ti fa piacere puoi venire, basta che ci accordiamo prima, via interfono, sull’opportunità del momento. Ora vi devo lasciare perché siamo in vista del prossimo salto. – Mary disse questo dando un’occhiata a Sue, che già si stava muovendo verso il suo posto di lavoro e con ciò fece segno a Sara di seguirla.
Tornati alla postazione di Sue, che non era poi granché rispetto al rifugio di MaryJohn, Sue le spiegò quello che stava succedendo in quel mentre.
Per rispondere anche ai suoi dubbi di poco prima, Sue spiegò che il loro cargo era un mezzo di trasporto vetusto, ma ancora solido, con una tecnologia fuori corso ormai, ma che aveva subito alcuni importanti aggiornamenti tecnologici proprio nella parte riguardante la gestione della rotta di volo, la quale era fortemente condizionata da considerazioni economiche, in relazione al carico trasportato, al personale ridotto e ai tempi di consegna stabiliti.
- Quanto ne sai tu di meccanica celeste e propulsione a getto? – chiese Sue d’un tratto.
- Poco, veramente poco, quello che si imparicchia nelle scuola di base e poi quello che può sentire un medico durante il suo lavoro a bordo degli scafi in missione. Ma in genere direi molto poco. Non capisco per esempio perché puntare verso Giove se la meta è la Terra … - Sara si era persa nel suo stesso ragionamento, temendo di aver scoperto lacune imperdonabili, quando Sue la interruppe …
- Se ti fa piacere, posso spiegarti in parole povere quello che facciamo e perché?
- Parole molto povere, se possibile, Sue. – Fece Sara supplichevole.
Sue, la prese veramente alla lontana e Sara temeva un pistolotto cosmico in tutti i sensi, ma mentre il Comandante procedeva, si rese conto, a poco, a poco, che quello che le stava spiegando sarebbe poi successo nei fatti a lei e alla sua vita, occupandone diversi mesi, durante i quali, stando forzatamente lì, avrebbe finito per volerlo capire, tanto valeva farlo subito.
Sue parlava del fatto che i viaggi interplanetari erano sempre stati e rimanevano tutt’ora principalmente un problema economico, di costi esorbitanti e che perciò, si potevano fare sempre e soltanto se i conti tornavano e dovevano tornare bene! Quindi spostarsi da un pianeta all’altro come ci si sposterebbe in aereo da un continente all’altro, sparando via tonnellate e tonnellate di carburante dall’inizio alla fine del viaggio è impensabile, a meno di non voler andare in rovina subito.
Agli inizi dei viaggi cosmici per questo stesso motivo, si era sviluppato un sistema basato sulla spinta iniziale di un razzo a getto che spingeva i veicoli in una rotta di caduta libera verso il corpo da raggiungere, sfruttandone l’attrazione di gravità; ma questo sistema, che ci aveva portati sulla Luna, richiedeva tempi biblici nel caso dei pianeti, che sono molto più lontani. Per giunta quel metodo richiedeva allineamenti particolarissimi tra i pianeti, limitando con ciò i viaggi a precisi giorni nell’arco di anni per poter partire e quindi rendendo la cosa impraticabile in termini commerciali. Quindi, o si consumano quantità spaventose di combustibile per poter andare e venire a piacere o si risparmia in carburante e si deve partire quando lo dice il calendario invece che la necessità effettiva.
Molte altre soluzioni si possono e si sono escogitate in funzione dei casi particolari, come se sonde automatiche, i satelliti, le più recenti astronavi da esplorazione, sulle quali Lei, Sara, forse ha fatto le sue esperienze fino ad oggi. Ma, nel periodo, nel quale questo cargo fu costruito e tutt’ora per quanto riguarda la nostra attività, l’aspetto economico dei viaggi è imprescindibile, ecco dunque la ragione per cui per andare sulla Terra, stiamo sfruttando Giove …
- E qui me la sto perdendo comandante. Questo ci fa allungare e di parecchio la strada da fare visto le dimensioni gigantesche di questo pianeta. - Sara disperava ormai di passare per un astronomo.
- Siamo quasi arrivati, Sara. Ora siamo al nocciolo della questione. – Sue sorrideva comprensiva, proseguendo nella spiegazione ...
Il sistema solare è come un tavolo da biliardo inclinato o se vuoi come un gioco di biglie per bambini su una spiaggia costruito in discesa con una pista scavata tra collinette e avallamenti. Se la tua biglia cade in una buca si blocca, ma se finisce contro una collinetta sale per un po’ e poi torna indietro sul percorso e così via.
Tu pensa allo stesso modo al sistema solare, laddove i pianeti sono buche profonde, tanto più profonde quanto più è grande il pianeta. La buca più profonda la provoca il sole e se la biglia, che è il nostro cargo, riesce a evitare tutti gli ostacoli, può andare “in discesa” finché noi vogliamo, stando attenti a fermarci in tempo per non perdere le nostre ”biglie” in mare …
Se noi fossimo tanto bravi da calcolare la posizione di tutte le collinette e di tutte le buche, prima di lanciare la biglia, potremmo sfruttarle per dare una spinta aggiuntiva alla nostra biglia ad ogni incontro ...
- Questo è quello che fa per noi il sistema di computer di bordo che gestisce John … ehm MaryJohn. – concluse Sue, cercando con gli occhi il consenso informato di Sara.
- Vuoi dire che noi ci buttiamo in queste buche formate dai pianeti per ricavare la spinta aggiuntiva verso la nostra meta e che all’ultimo momento, qualcosa fa sì che riusciamo ad evitare lo scontro e procedere per la nostra strada? – Chiese Sara timidamente.
- Non qualcosa, ma i calcoli di rotta e l’intervento dei nostri motori all’istante esatto, grazie alla guida computerizzata. – Precisò Sue.
- Quindi in che fase siamo adesso, esattamente, Sue?
- Stiamo “cadendo” nel profondo pozzo gravitazionale di Giove, ma abbastanza sul “bordo” da non rimanerne prigionieri e quando saremo dalla parte opposta … hai mai fatto girare un secchio pieno d’acqua con il braccio teso? Cosa succede se lascia andare il secchio?
- Il secchio vola via. Vuol dire che noi possiamo lasciarci andare, come il secchio, quando vogliamo? E come? – Ora Sara si era appassionata al gioco, perché cominciava a capire, finalmente.
- A noi basta aggiungere un po’ di velocità a quella che già abbiamo grazie alla spinta di Giove e dirigerla verso l’esterno dell’orbita. Così facendo, si supera la velocità di fuga dal pianeta e ci troviamo su una traiettoria libera nello spazio.
- Verso la Terra? – Chiese Sara col viso radioso di chi ha conquistato la vetta.
- No.
- Mi pareva troppo bello! Ok, che succede questa volta.
- Si tratta di calcolare, in base alla posizione attuale dei corpi intermedi, come Marte, per esempio, ed ovviamente la Terra , quale è il percorso, che evitando gli ostacoli come la fascia degli asteroidi, si snodi con meno “salite” e con più “discese”, qualcosa che si può paragonare ad un’autostrada nello spazio e che cambia forma e posizione in base alla posizione dei corpi celesti, in questo particolare momento della loro orbita e nei momenti successivi, quando noi passeremo in quei pressi. Tutto questo è il lavoro di cui si occupa John, con l’aiuto essenziale dei computer. Tutto questo è alla base della nostra attività, in quanto consente di contenere notevolmente i costi e quindi di rendere le nostre materie prime competitive sui mercati della Terra.
- Bene Comandante, penso di avere un quadro più chiaro della situazione. Forse è meglio che ora la lasci ai suoi impegni.
- Si, siamo a pochi minuti dall’uscita dall’orbita di Giove, le consiglio di salutarlo. – Sue si stava già bloccando le cinture e Sara la imitò senza indugio.
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John, come già prima, chiamò la fase di spinta e pochi secondi dopo tutti furono premuti contro i loro sedili per un tempo che era parso interminabile a Sara, ma finalmente la vibrazione era terminata e lei si sentì di nuovo staccata dal sedile, trattenuta solo dalle cinghie, intorno a lei si accorse che non c’era più Sue, poi la intravide fluttuare verso la postazione di MaryJohn e poi la perse di vista.
Sara pensò che fosse meglio accasarsi e così si decise a sganciare, prudentemente le cinture e cercare di raggiungere il locale riservato alle sue attrezzature, dove Sue l’aveva accompagnata poco prima e dove erano alloggiate le cabine per l’animazione sospesa. Doveva procedere alla prima verifica di routine dei parametri vitali dei passeggeri affidati alle sue cure e capire cosa offriva quella nave in quanto a attrezzature mediche.
Muoversi in totale assenza di gravità si stava dimostrando una tortura per Sara, si era abituata a lavorare in modernissime astronavi strutturate in modo che, per gran parte del tempo, l’infermeria manteneva un buon gradiente di peso artificiale per chi ci lavorava, offrendo quindi una buona qualità dell’ambiente di lavoro. Ora era chiaro che nei prossimi mesi su quella Bullet Asian non sarebbe stato così e si chiedeva se ci si sarebbe adattata … Billie passò per l’ennesima volta, senza un’apparente ragione,diretta prima in un senso poi in quello opposto, sfiorandola per necessità ad ogni incrocio, mentre Sara controllava i parametri a lato delle capsule di sopravvivenza. L’ambiente era costretto, indubbiamente, ma Sara notava sempre più chiaramente l’espressione triste, per non dire cupa, nel volto del Sergente. Lei tentò un paio di forzati sorrisi, privi di convinzione, in alcuni di quegli incroci. Sara valutò che avesse 24 o 25 anni, un fisico atletico e un viso infantile, fra quei capelli arruffati, che un patetico elastico non tentava più di tenere insieme.
Era l’ultima arrivata, Sara, e gli era chiaro che il comandante stimava Billie, perciò non volle urtarsi con lei, ma le dava fastidio quel via vai sconclusionato e quel suo fissarla, ad ogni passaggio, come in attesa che qualcosa le venisse detto.
Sara si rendeva conto che quel budello di cargo sarebbe stato un tormento da doverci vivere per mesi se la situazione dei rapporti era quella. Per fortuna, al di là dei suoi impegni prefissati, tutti avevano l’aria di essere dotati di costituzione sana e robusta e ciò le dava agio di occuparsi dei suoi studi, per i quali aveva accettato quel lavoro tranquillo e che l’avrebbero portata ad una importante pubblicazione, in grado di darle buone chances per una cattedra; proprio quel lavoro di semi-volontariato avrebbe costituito inoltre un importante vantaggio nelle graduatorie. Anche MaryJohn, aveva saputo da Sue, era lì per un motivo simile: i vantaggi collaterali del servizio civile in regime di semi-volontariato. I suoi pensieri vagavano in queste ed altre direzioni quando Billie finalmente si scusò, prima di passare e Sara nell’alzare gli occhi si accorse anche del perché. Sue stava fulminando con lo sguardo Billie un’altra volta e Sara si trovava in mezzo. Questa volta Sara lanciò un amo:
- Mi scusi Comandante forse mi sono messa in un punto sfortunato, sono di intralcio alle vostre attività abituali?
- No, non sei tu, dove non dovresti essere …
- Billie ... inventario, verifica di tutte le sezioni, verifica della tenuta del carico, verifica delle prime sicurezze, verifica delle seconde sicurezze, stabilire turni con Dana e poi a rapporto da me.
- Subito, Comandante.
Billie scomparve veloce verso la coda del cargo e non ebbi più modo di “incrociarla”. Sue mi guardò a lungo prima che l’espressione dura si sciogliesse in un sorriso affabile e poi …
- Vorrebbe assistere alla sorprese che le ho promesso prima?
- Una sorpresa per me, Sue? - Chiese Sara stupita.
- Per noi tutti, direi, ho idea che tu comunque ti senta particolarmente depressa all’idea di viaggiare per mesi in condizioni come quelle che hai visto fino ad ora, o mi sbaglio? Sue nel dirlo le indicava di avanzare oltre l’ambiente in cui erano verso la sezione successiva.
- Ero già alla disperazione per la verità e consideravo attentamente la fornitura di antidepressivi presenti nella nostra piccola farmacia … - scherzò Sara.
- Eccoci ora vedrai una magia. – Sue si mise a manovrare un piccolo terminale, mentre si divertiva nel vedere la perplessa curiosità di Sara.
Una serie di leve e blocchi furono rimossi, uno sportello venne aperto e poi richiuso, diverse manovre al piccolo computer, vari suoni ed anche una sirena, tutto quel daffare, sorprendeva sempre più Sara e divertiva sempre di più Sue.
- Ora facciamo una prova del sistema, poi lo facciamo rientrare e alla fine potrai servirtene, se riuscirai a superare il panico che attanaglia alcuni.- Nel dire questo Sue era evidentemente in vena di provocare al limite il disagio di Sara.
- Mi spieghi, Comandante, la prova di cosa?
- Questo sistema è antico come questa nave non puoi averlo mai visto in uso nei tuoi viaggi precedenti, però ti potrebbe consentire di fare un viaggio un po’ più comodo. Quello che sto facendo consiste nell’espellere un settore, della sezione della nave in cui siamo, all’esterno tramite un cavo piuttosto lungo, ma solidissimo, nel contempo la parte esterna di questa sezione sta entrando in lenta rotazione portandosi dietro il cavo e la cabina o settore di questa sezione. Tutta l’operazione deve avvenire molto lentamente e va fatta solo quando il nostro Bullet Asian è in volo libero e uniforme come adesso. Quando il nostro settore avrà raggiunto il suo punto finale viaggerà esattamente alla velocità del resto della nave come fosse un blocco solido, ma col vantaggio che nella cabina “al guinzaglio” avremo esattamente la gravità terrestre. Che ne dici Sara? E’ una sorpresa gradevole per te?
- Ma come ci si va là dentro? E poi siamo sicuri di non perderlo per strada quel coso? – Sara non sapeva ancora se fosse una sorpresa gradita.
- E’ per questo che si tratta di una prova, non c’è nessuno là dentro e per salirci, prima bisogna ritirarlo indietro, pressurizzare il condotto aprire le paratie, far salire il o i “passeggeri” e riportare la cabina in posizione. A quel punto chi è dentro può godersi la gravità terrestre con tutti i suoi vantaggi, in termini di una vera palestra fornita di tutti gli attrezzi migliori. Avrai capito che la gravità si crea sulla parte più esterna del settore a causa della rotazione e proprio grazie all’effetto che tiene l’acqua dentro al secchio mentre lo si fa roteare col braccio, ricordi? – Chiese Sue.
- Si, si, ricordo, ma è una cosa spaventosa, Sue, vuoi che io vada lì dentro, solo per poter fare un po’ di ginnastica? – Sara sembrava in una trance immaginifica, popolata di cabine disperse nello spazio con copie di se stessa urlanti di terrore, quando Sue la riportò indietro, tranquillizzandola.
- Non preoccuparti, ci vado io e se mi perdo nello spazio, basterà John a riportarti a casa. Ti senti meglio adesso? Sara? – Sue le aveva messo una mano sulla spalla e la guardava negli occhi ammiccando.
- Non credi ci sia pericolo, è questo che vuoi dire, Sue ?
- Non ce n’è, per niente. Il cavo in tensione è quasi indistruttibile e come sicurezza c’è un secondo cavo pronto a subentrare in caso di necessità. All’interno della cabina esistono gli stessi comandi per poterla far rientrare autonomamente. Inoltre sempre nella cabina, che come avrai capito è la nostra palestra, si trova una tuta di sopravvivenza per escursioni all’esterno, dotata di un sistema di spinta, per coprire distanze notevoli, più di quanto sia necessario, se mai fosse necessario. Non abbiamo in dotazione invece, alcuna cura contro la fifa …
- Non prendermi in giro Sue, io ho sempre vissuto tra quattro solide mura di indistruttibile carbonio e all’idea di stare appesa ad un filo mi ci dovrò abituare, ma col tempo Sue, col tempo.
Sue fece rientrare la “palestra” e non appena scattarono i blocchi, si sentì la pressione penetrare il condotto, si sentirono altri scatti e quindi lo sportello di ingresso si aprì, in quel momento arrivò Dana, che aveva finito il turno e si accomodò nel condotto. A quel punto Sue fece segno a Sara se voleva andare anche lei, ma ricevette un cortese rifiuto. La porta venne chiusa e dal piccolo oblò Sara vide aprirsi il vano dall’altra parte, notando che si trattava di un ampio ambiente, nel quale rapidamente si introdusse Dana, richiudendo e bloccando la porta dal suo lato. Scattarono alcuni meccanismi si sentì un soffio, poi lentamente la palestra al guinzaglio fu rilasciata, Sue si sganciò dalla postazione e mostrò a Sara come comunicare con chi era in palestra, tramite un apposito videotelefono. Poi ognuno tornò al suo lavoro.
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Dopo quei primi episodi, la vita sul Bullet Asian si andò stabilizzando sulla tranquilla routine, ma Sara sentiva un po’ ingombrante la presenza di Sue nelle sue giornate, in un modo diverso, ma ebbe l’impressione che il comportamento di Sue riproponesse lo schema di Billie, nei suoi confronti. Si poteva sbagliare, ma col trascorrere dei giorni, la sensazione era sempre lì. Le attività di bordo in quella fase erano estremamente ridotte, ma Sara trovava utile quel tempo libero per lavorare alle sue bozze ed alla stesura di alcuni capitoli aggiuntivi che aveva in mente. Tutte la altre, a fine turno si alternavano in palestra, anche MaryJohn di quando in quando. Andavano sempre una per volta, ma Sara si era accorta che una volta Billie si era infilata nel tunnel di soppiatto, dopo che Sue era già dentro. Aveva chiuso subito la porticina dietro di sé, ma proprio all’ultimo istante prima che si bloccasse, Sara aveva sentito una smoccolata feroce di Sue contro Billie. Era stato un episodio e Sara non ci ricamò sopra più di tanto; in realtà era più preoccupata di trovarsi spesso Sue al suo fianco mentre lavorava. Sara non voleva essere scortese con il suo Comandante, anche se ci teneva ad avere quel poco di privacy nel tempo libero, ma, nel riflettere più attentamente su quella situazione, cominciò ad avere un sospetto vago e volle perdere un po’ di tempo “sul campo”, come tante volte aveva già fatto nei suoi viaggi precedenti e come per esperienza sapeva fare.
Sue era in procinto di chiudersi nel condotto della palestra, quando vide arrivare Sara in tenuta sportiva e chiederle se potevano andare insieme, essendo la sua prima volta, avere compagnia sarebbe stato un conforto.
- Mi fa piacere che ti sia decisa a tentare questa nuova esperienza è una paura ingiustificata la tua, la nostra vita è fatta di questo tipo di rischi, ma fra tutti quelli che corriamo quotidianamente questo è il minore e per contrasto quello che da più soddisfazione. - Sue sembrava dire queste cose con la voce ed altre, totalmente diverse, con lo sguardo, esplorando Sara, minuziosamente.
- Io ne sono assolutamente convinta, Sue. Grazie per l’incoraggiamento. - Sara a sua volta diceva queste cose e percepiva lo sguardo di Sue, distintamente su di sé, anche senza guardarla.
Sue esegui tutte le necessarie manovre, questa volta dall’interno della palestra, poi avvisò John che si trovava lì in caso di necessità, ma senza accennare a Sara, quindi, con una manovra veloce e curiosa, disattivò la comunicazione e si mise distrattamente a pedalare sulla ciclette. Sara stava notando tutto questo trafficare, ma nel mentre però non riusciva a capire se poteva stare in piedi e da che parte …
- Sue, mentre si fa ginnastica … possiamo dirci qualcosa di personale come due vecchie amiche?
- Non so tu, ma io non sono vecchia! E l’allusione mi offende.
- Ok, visto che ci scherzi su, lo prendo come un affermativo. Di passaggio, credo di non avere la più pallida idea della tua età, io ne compio 34 a fine viaggio.
- Ti farò un regalo al nostro arrivo. Io ne ho 45 e vado per i 46, ma ho il fisico di una ventenne non credi? E‘ il tuo Comandante che te lo chiede …
- Si lo credo, lo credo davvero, ti vedo per la prima volta senza tuta e sono davvero impressionata, spero di poter essere così anch’io fra dieci anni …
- Tant’è, hai dovuto sottolinearlo, piccola vipera!
- Sei una donna splendida Sue, lo dico con invidia, l’età che ho io non fa alcuna differenza, ma la tua esperienza e la responsabilità di un comando sì.
- Sei gentile Sara, so che credi a quel che dici e mi fa piacere sentitelo dire. In quanto a fisico neanche tu scherzi, non l’avevo notato con la tuta di servizio …
- Io credo di sì Sue, mi sembra che a te non sfuggano queste cose, mi sembra che a te non sfugga niente.
- Sento che vuoi dirmi qualcosa …
- Per ora ti vorrei chiedere qualcosa, se mi permetti, è un caso che questo cargo abbia solo personale femminile?
- No. Io sono uno dei pochi comandanti a poter scegliere chi portare con me, godo di una reputazione importante e inoltre temono di perdermi, perché potrei comandare qualsiasi cosa volessi; ma per certi versi, ho già dato e ora ho scelto una mia strada, laddove comando io e chi sta sopra di me, si adegua.
- Tu hai scelto anche nel mio caso, o sbaglio?
- Non sbagli. Cosa vuoi sapere? – Sue continuava a pedalare lentamente, ma con costanza e non guardava Sara nel rispondere, mai …
- Perché mi hai voluto a bordo, non sapendo nulla di me?
- Beh, innanzitutto il tuo curriculum, che si illustra da solo e questo è un aspetto fondamentale, ma certo per noi non è una necessità una qualifica così elevata. Avendone l’occasione ho pensato che poteva essere interessante, non lo trovi logico? – Sue, sembrava assorta, inseguendo vari filoni di pensieri.
- Più che esauriente, Sue. Posso anche cambiare argomento se vuoi?
- No … perché? Chiedi pure, non è una risposta che ti convince la mia, Sara?
- Sono sicura che è una parte vera dei tuoi motivi, ma ho il dubbio che tu sappia valutare le situazioni sotto molti risvolti e che tu l’abbia fatto nel mio caso.
- Sei una ragazza estremamente intelligente, Sara. Non mi ero sbagliata. Estremamente intelligente e sofisticata nel modo di esprimerti, hai classe e tatto e …
- E cosa? Sue …
- E … anche sei molto attraente per me, Sara …
- Aah …
- Scusami, Sara, mi hai colto con le mani nella marmellata e io mi sento come un monellaccio, senza vie di fuga.
- Non sono qui per, scoprire nulla, ho solo voluto capire come stavano le cose veramente, almeno per quel che mi riguarda, visto che comunque di dubbi me ne sono rimasti ancora diversi.
- Dubbi su cosa, Sara?
- Non sono affari miei a questo punto, tu hai la tua vita e le tue scelte, io preferisco conoscere le situazioni, prima di incappare in inutili gaffes o peggio.
- Vuoi sapere se ho una fidanzata a bordo, prima di accettare le mie avances?
- Tra le altre cose, ma non che questo possa aprire la strada a qualcosa per il momento.
- Sono, in un modo o nell’altro tutte mie “ex”, esclusa John, Lei è la mia amica d’infanzia, di una vita, è una donna sposata, con una famiglia ed una vita distinta dalla mia, Lei sa tutto di me e mi disapprova, ciononostante mi ama, da sempre, incondizionatamente e senza ambiguità. E tu? Disapprovi?
- Io non sono nessuno per disapprovare o approvare. Ma potrò dire la mia il giorno in cui mi trovassi coinvolta.
- E lo sarai?
- Cosa?
- Coinvolta …
- Non lo so.
- Questo è un inizio promettente, Sara …
- Sicura di voler correre questo rischio, Sue?
- Vuoi dire che lo sto correndo, con te?
- Io non so nulla di traiettorie nello spazio, Sara, ma so qualcosa sulla natura umana, qualcosa che non posso dimenticare, quando mi tolgo il camice, qualcosa che forse tu non vorresti scoprire e che finora le tue avventure non ti hanno rivelato.
- Devo pensare che ho qualche disturbo, che il mio comportamento è un caso contemplato fra quelli che hai studiato sui tuoi libri o incontrato nel tuo campo?
- Non necessariamente questo, mi riferisco a quello che vuoi o non vuoi conoscere di te stessa e che può emergere inaspettatamente.
- Sembra che tu sappia molto di me, è così, Sara?
- Ti ripeto che non voglio scoprire nulla e che quello che so è vero per tutti, con vari gradi, questo sì, ma io conosco i pozzi gravitazionali della mente come tu conosci quelli del cosmo …
- Bella metafora Sara, segno che hai capito la mia lezioncina, un giorno io ascolterò la tua. Ma ora è meglio rientrare.
- Si, Comandante.
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I giorni trascorrevano in fotocopia e solo qualche vago segnale, di quando in quando, risvegliava la curiosità di Sara. Sue non aveva insistito dopo l’episodio in palestra ed aveva anche smesso di farsi notare da Sara, quanto a Billie, se ne rimaneva lontano da tutti se poteva, giostrandosi i turni con Dana.
Sebbene Sue non fosse più invadente come prima con Sara, le volte che si incrociavano, Sue era come in attesa che qualcosa venisse detto, ma poteva anche essere solo un’impressione.
Sara iniziava a rendersi conto di quanto quel viaggio sarebbe stato lungo, non erano passate che un paio di settimane e le sembrava un’eternità. Assorta in questi ed altri pensieri, aveva appena notato che Billie e Sue erano entrate insieme nella palestra, senza dare troppa importanza alla cosa.
Quando, dopo un tempo insolitamente breve la palestra rientrò e Sara vide uscire le due donne, non si rese conto subito della situazione, ma Sue la chiamò e le chiese di visitare Billie, Sara trasalì, ma era il suo lavoro e si apprestò a farlo. Quando sollevò il viso di Billie, per osservarne gli occhi, rimase si sasso. Billie aveva un occhio pesto e non riusciva a raddrizzarsi. Sara guardò interdetta verso Sue e si aspettava una spiegazione e ribadì la richiesta con sguardo insistito, ma Sue, per tutta risposta, si girò ordinandole di visitare il Sergente.
Billie, a parte l’occhio nero, aveva solo qualche contusione e probabilmente un forte colpo aveva indolenzito una costola, che però non appariva danneggiata. Sara mise una pomata sull’occhio e un'altra sul fianco, diede un blando antidolorifico e rispedì Billie nella sua cuccetta, con l’ordine di saltare un turno. Poi andò da Sue.
Sue fece finta per un pezzo di non vederla, girandosi in tutti i modi e Sara fu paziente, ma alla fine disse qualcosa.
- Signora, Comandante! L’ufficiale medico a rapporto.
- Sara … lasciami stare, ti prego. Non adesso, non adesso …
- Sarò al mio tavolo. Vorrei fare un po’ di palestra con Lei Comandante, più tardi, con Suo comodo …
Sara se ne andò, senza molta convinzione e piuttosto delusa, ma sentì la voce di Sue da lontano …
- Ci sarò … Capitano! Mi dia solo qualche minuto, prego.
Sara si sentì appena un po’ sollevata e nel passaggio notò Dana che sembrava essere stata in ascolto e tentava di non farsi notare. Si rese conto di quanto quelle persone fossero efficienti, dal momento della partenza non c’era stato alcun intoppo, nessuna difficoltà nei turni, nessuna complicazione che avesse richiesto l’intervento speciale del Comandante. Ognuna di loro era completamente autonoma nel proprio lavoro e persino nel sostituire le altre, al cambio di turno. Era un ambiente insolitamente privo di conflittualità: poteva trattarsi di affiatamento, ma se lo era, rasentava la perfezione ... Troppo, mai visto un ambiente privo di conflitti a quel livello e quello che era successo in palestra non faceva testo, perché era successo fuori dal turno lavorativo: se Sara non avesse sospeso Billie, Lei sarebbe tornata subito al lavoro ed in tal senso, aveva anche insistito con Sara.
- Sei pronta dottore? - Sue era spuntata alle spalle di Sara e sembrava di un altro umore.
- Si, Comandante, possiamo andare. – Ancora una volta, Sara incrociò lo sguardo furtivo di Dana.
Terminate le procedure di rito, per sganciare la "palestra", le due donne si sedettero sul “pavimento” in attesa che il “guinzaglio” fuoriuscisse del tutto e la gravità si stabilizzasse nel locale.
- Lo sapevi che in passato questo sistema al guinzaglio aveva una doppia funzione, non ricordo se te ne ho parlato. - Esordì Sue.
- No, non mi pare, ma con tutte le cose che ho imparato in questo ultimo periodo, qualcosa può essermi sfuggito. Dimmi quale era la funzione in oggetto?
- Questo cavo, che ci tiene, è un conduttore elettrico quasi perfetto e, muovendosi costantemente nel cosmo, esso intercetta vari campi elettromagnetici che possono essere presenti in forma più o meno accentuata a seconda dei punti, ma in generale, si può dire che se un conduttore si muove intercettando un campo magnetico, questo movimento si traduce in una correte elettrica all'interno del cavo stesso. E’ lo stesso principio dei generatori terrestri, applicato in grande. Quindi quando questa nave viaggia in questa configurazione, noi possiamo raccogliere energia elettrica, un po’ come un contadino raccoglie il grano … In realtà non lo facciamo, con i consumi che abbiamo, non ci cambierebbe molto, ma in passato veniva ritenuto utile non tralasciare nulla, sotto l’aspetto energetico. Oggi questi sistemi sono in disuso e solo su un mezzo vecchio come questo si può osservare un reperto simile. Io ho una piccola passione per la storia della scienza e per questo che forse do l’impressione di entusiasmarmi sul nulla.
La gravità nel frattempo si era stabilizzata e le due donne erano in piedi. Sue aveva, parlando, iniziato ad avvicinare Sara e la portava lentamente verso la parete del locale. Gli occhi non avevano smesso di osservarla in modo tanto equivoco, quanto inequivocabile e Sara si ritrovò bloccata, le braccia di Sue ai lati delle sue, il corpo imponente a sfiorare il proprio e la sua statura portava proprio sotto i suoi occhi in seno ben raccolto dalla canottiera elastica, ma visibile in tutta la sua bellezza e mosso da un respiro lento e regolare. Sara volle distogliere gli occhi da quel seno perentorio e li sollevò, incrociando così quelli di Sue … sentì come una lama entrarle in testa e non poteva distogliere lo sguardo, anzi non credeva di volerlo e non c’erano più pensieri, in un attimo. La distanza fra i loro visi era quasi inesistente e continuava a diminuire, ma non sentiva ancora il contatto. Sara voleva pensare a tutti i costi: era venuta lì per pensare e parlare con Sue, ma non poteva più … sentiva il respiro caldo di entrambe e non riusciva a distinguerli, sentiva che il suo viso si arrossava per quel calore concentrato sui loro volti e percepiva che erano tutt’e due immobili, intente solo a respirare insieme, all’unisono. Gi sguardi erano ancora incollati fra loro, quando Sara intravide dal basso un leggero riflesso perlato … era il sudore sul labbro superiore di Sue che interrupe il contatto visivo con Lei. Sara ebbe in quella frazione di secondo il tempo per ritrovare il filo dei suoi pensieri, ma ora voleva vivere più a lungo quel momento e tentò di non resistere e disperatamente di tornare a perdersi negli occhi profondi di Sue. Quei pensieri maledetti, non volevano andarsene, ma Sara tentò ancora di scacciarli … Sue era nella sua testa ed ora voleva darle ciò che le era stato chiesto, completamente. Ancora un riflesso, sul labbro di Sue alcune piccole gocce si erano riunite e, formandone una più grande, avevano tracciato un piccolo rivolo, che inumidiva le sue labbra. Sara volle fortemente baciare quelle labbra, ma aveva intanto perso il contatto con gli occhi di lei e Sue, improvvisamente, era già lontana, lontana dal suo corpo, impossibile da raggiungere, di nuovo inafferrabile. Sara tornò in sé in un baleno, terrorizzata dal suo stato d’animo disperso, dalla valanga dei suoi pensieri arretrati e tentò di nascondere il viso per timore di avere le lacrime agli occhi. Ora bisognava riprendere il controllo di sé, non c’era altro da fare, era troppo tardi ormai … il più bel momento della sua vita era svanito nel nulla, mentre lei tentava disperatamente di afferrarlo e …
- Mi vergogno di quello che ho fatto Sara, tu meriti il mio rispetto ed io invece ho cercato di importi la mia volontà, come sono abituata a fare da sempre. Potrai perdonarmi?
Sara temette di sentire se stessa dire quello che veramente desiderava e sperò di riuscire a dirlo con tutte le forze e questo tempo durò un’eternità, interrotto solo dalla voce di Sue che supplicava:
- Non vuoi proprio parlarmi, allora?
Sara non era ancora pronta, non era ancora il Capitano Medico che, poco prima, si era appartato col Comandante per dirgliene quattro, a seguito di un increscioso incidente, no. Sara era un pulcino bagnato, dalle gambe tremanti, con davanti un gigante, che l’aveva fatta sentire più donna che mai, più di chiunque mai, prima … Ma Sara non era quel pulcino bagnato e dentro di sé pensò a Billie prima di rispondere a Sue.
- Io non so nulla di rotte interplanetarie, ma so qualcosa degli esseri umani e posso dirti che, anche con loro, prima di agire e di parlare occorre, per un Medico e uno Psichiatra, tracciare una rotta, una direzione di cui si possa prevedere l’esito finale. Ecco perché sto pesando le parole, Sue; ecco perché ti chiedo: dimmi cosa è successo con Billie, quello che è veramente successo!
Sue si rese conto di avere di fronte uno spirito come il proprio, deciso ad andare fino in fondo, ma volle giocarsi, ancora una volta, la carta dell’indifferenza:
- Si è presa una cotta per me ed io l’ho scaricata, non l’ha voluta capire, una volta, due volte, tre volte, poi, visto che non c'era verso con le buone, l’ho pestata per bene … Che vuoi, io ho la mia vita e i patti erano chiari fin dal primo giorno: niente coinvolgimenti, niente legami. Quello che viene, viene, poi ognuno per la sua strada.
- E’ questo quello che hai detto anche alle altre, sempre? Sue?
- Si, sempre, tutte lo sanno. Ma in questo gioco, ti ho già detto, John non è mai entrata, anzi Lei disapprova … si te l’ho già detto, MaryJohn disapprova.
- Non ti pesa che disapprovi, vero Sue? Ti pesa che non l’hai mai avuta, vero, come adesso me, sarò anch’io come John d’ora in poi?
- Che vuoi sapere Sara … che vuoi saperne tu?
- Dimmi che mi sbaglio Sue, dimmelo!
- A che serve? Se vuoi avere ragione puoi averla … Capitano!
- Io voglio sapere di Billie, tutto qui, non giudico la tua vita, solo quello che stai facendo a Billie.
- E che sarà mai? Qualche sberla e un paio di cazzotti, chi di noi non li ha presi?
- Ora mi deludi Sue, credi che sarei qui, se fosse quello il problema?
- Ora non ti seguo più, Dottore!
- Billie ti ama, non è così?
- Certo che è così, ma le è stato detto che non può, che non sono disponibile. E’ un adulto vaccinato ed è stato diffidato per tempo. Dannazione è ora che cresca e si vada a trovare marito!
- Stai recitando per me o per te stessa, Sue?
- Mi stai diventando un po’ troppo criptica, Dottore, continuo a perder il filo del discorso.
- Forse invece che ripetere Dottore, dovresti pensare che io sono un Dottore e che ho un paziente in cura che tu, Signora Comandante, mi hai affidato …
- E allora, che gli avrò mai fatto, che tu non possa guarire?
- Io ho intenzione di guarirla, ma non dagli acciacchi, da quelli guarirà per conto suo, bensì dalla causa che ha portato a quegli acciacchi e posso guarirla solo se ti decidi a collaborare e solo se anche tu vuoi che quella donna smetta di soffrire.
- Dimmi cosa posso fare. A Billie voglio più bene io e da più tempo di quanto possa mai fare tu.
- Ora ci siamo, questa tua affermazione mi conforta. Se lo conosci Sue, vorrei qualche dettaglio della vita di Billie.
- Billie è orfana, è stata trovata dal mio gruppo in missione di perlustrazione dopo una catastrofe naturale in una delle nostre colonie. Era sperduta e sola, tutta avvolta in una pelliccia e lo spagnolo che la trovò, la battezzo Conejo (coniglio). Non c’era nessuno che se ne potesse occupare e comunque saremmo rimasti lontano dalle zone abitate lunghi mesi ancora, così divenne la nostra mascotte e tutti facemmo a gara per tirarla su nel miglior modo possibile. Molti fra noi erano single e la consideravano come la figlia mai avuta e chi invece aveva famiglia la vedeva come una immagine di ciò che aveva lasciato lontano. Poi al ritorno fu adottata sempre nell’ambito del reggimento, prese nome e cognome di alcuni caduti del gruppo e visse a lungo in contatto continuo con noi imparando tutti i nostri mestieri, prima ancora di iniziare gli studi. Infine, quando fu iscritta all’accademia, la perdemmo di vista, per circa 10 anni, non avemmo occasione di rivederci, poi seppi che aveva preso un imbarco, per fare esperienza e molte volte ci incrociammo su rotte interplanetarie finché Lei riuscì a farsi proporre per un mio equipaggio e io l’accettai …
- E la storia fra voi?
- Billie pensava, nella sua testolina, di scoprire chi era il mio uomo, chissà per quale sua fissa, e invece un bel giorno mi vide in una doccia insieme ad una donna e credo sia rimasta lì a guardare per tutto il tempo, senza che io me ne accorgessi … Poi qualche tempo dopo si presentò nella mia cabina e cominciò a spogliarsi …
- E tu non potevi resisterle vero? - Fece Sara, sarcasticamente.
- Ci ho provato, Sara, credimi, ci ho provato; ma guardala bene ... Ti sembra che si possa resisterle? Se Lei vuole … non hai via di scampo!
- Forse è vero Sue, forse io non vedo le cose dalla tua prospettiva, ma quali erano i rapporti fra voi, quando Billie era piccola?
- Non starai insinuando quello che temo?
- C’è forse qualcosa che non puoi dirmi?
- Ti odio quando fai così e questo ti rende ancora più appetibile, lo sai Sara?
- Non divagare, Sue, stavi andando bene, lasciami perdere per un attimo e concentrati su Billie.
- Sono forse una puttana, ma non mi sognerei mai quello che pensi tu. Billie era veramente come la figlia che sapevo non avrei avuto mai ed era così per tutti quanti, neanche volendo qualcuno avrebbe potuto farle del male: gli altri l’avrebbero ammazzato. Sei sulla strada sbagliata Dottore …
- Io percorro un sentiero ed osservo attentamente tutti gli incroci per scegliere la strada migliore al mio scopo, se questo ti urta …
- No, no! Vai avanti Dottore. Mi piace come lavori.
- Parlami di te adesso Sue, della tua infanzia, solo l’essenziale.
- Padre colonnello dell’aviazione, madre dirigente in un’azienda di tecnologie spaziali, quattro fratelli maschi, io la quinta e la più piccola del lotto. Seguita carriera paterna appena possibile ed in men che no si dica eccomi qui …
- I fratelli ti mettevano in mezzo?
- Scherzi, li mettevo io tutti quanti in mezzo e finivano sempre per darmela vinta e sono tutti in carriera adesso. Qual’e la diagnosi dunque?
- Tu sei in ottima salute, Sue, ma Billie no ed avresti dovuto notarlo anche tu.
- E’ infelice perché non gliela do vinta. E’ ancora la bambina viziata dei tempi andati, deve solo crescere.
- Sue, ti sei presa solo un passaggio con Billie o pensi di aver provato qualcosa per Lei?
- Ho avuto molti momenti meravigliosi con Billie, senza saperlo mi ha tirato fuori da voragini immense in più di una occasione. In realtà, quella con Billie è stata la storia più duratura fra quelle che ho avute … Si, pensandoci bene, è stata una lunga ed intensa esperienza …
- E cosa è successo per provi fine?
- Niente. Assolutamente niente. Ho solo deciso che volevo altro e che Billie doveva farsi la sua strada e non dipendere più da me. Questo è.
- Tu hai superato tutte la tue voragini, Sue?
- Credo, erano momenti così … tanto imprevedibili a venire quanto a scomparire, ma credo che siano alle mie spalle, ormai.
- Sue, tu pensi che Billie sia una ragazzina e che i suoi problemi siano cose da poco?
- La mia esperienza mi dice questo.
- Ma se invece Billie fosse la donna che , secondo me è, a tutti gli effetti, e quello che la fa star male fosse una sua tipologia di “voragine”, diversa dalle tue, ma simile come sofferenza … Non credi che, per quello che Lei ha fatto per te, oggi tu dovresti essere l’aiuto che a suo tempo fu Lei per te? Non senti che questa è una scelta da fare, invece che un peso da scrollarti di dosso.
- Vuoi che mi faccia carico della sua vita adulta, dopo essermi fatta carico della sua infanzia, intendi questo? Vuoi che abbia rimorsi e che viva di quelli?
- Non è consigliabile, questo. Ma qualcosa le devi, o pensi di aver il bilancio in pareggio?
- Forse ho avuto più di quello che ho dato, ma si sa che in queste faccende va in questo modo, non c’è il bilancino adatto …
- E tu non corri mai il rischio di andare a credito, vero?
- No. Non fino ad ora. Ma tu vuoi che paghi il mio debito arretrato, a saldo con Billie, vero?
- Io? E perché mai?
- Dimmi di più … Dottore. Dimmi qualcosa di più.
- Comandante, io non discuto il tuo punto di vista su Billie, forse hai ragione e Lei è rimasta bambina e fa capricci quando non può avere ciò che vuole …
- Maaaaa?
- Considera un punto di vista, alternativo …
- Eeeeeee?
- Diciamo che Lei ti ami e pensi e accetti di farsi donna, ma senza perderti, magari non subito e se non fosse così ci sarebbe sempre tempo per pestarla di nuovo … Forse anche tu l’ami e temi a tua volta di essere troppo egoista e invece quello che volete entrambe è la stessa cosa? Forse …
- Come posso sciogliere il dubbio?
- Non puoi, devi vivere e rischiare, come fai sempre, nel tuo lavoro. Prova a scegliere con lo stesso istinto anche in questa storia.
- Mi hai confuso definitivamente le idee, lo sai Dottore?
- E’ perfettamente naturale.
- Dici? Ma cosa farò, per rimediare con Billie …
- E chi ti dice che non sia Lei a sorprenderti? E chi dice che debba sempre essere tu a menare le danze, quanto tempo è passato da che qualcuno ti ha messa all’angolo?
- Dannato Dottore, ne sai una più del Diavolo. Ma che cosa è successo prima? Non ho avuto mai speranze con te, Sara?
- Tu sei una gran donna Sue, anch’io ho imparato la mia lezione per oggi!
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Mesi più tardi, il cargo approdò all’orbita terrestre e tutti furono molto indaffarati con le operazioni di trasbordo. Il Capitano Sara Colletti si congedò, per affrontare la sua nuova carriera universitaria ed i componenti dell’equipaggio la salutarono commossi, Lei non ebbe più occasione di rivederli, ma rivide quello sguardo, mentre era chiusa in un angolo, immobilizzata, lo rivide tante volte e sperò di riviverlo ancora … e spera di riviverlo … ancora …
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